Tre missioni all’estero, una diagnosi di tumore arrivata a 34 anni e una lunga battaglia durata circa vent’anni. È la vicenda di Cesare Salvo, militare dell’Arma dei Carabinieri originario di Cagliari, che ha prestato servizio in Kosovo, Etiopia-Eritrea e Albania.
A distanza di anni dalla diagnosi, il TAR Sardegna ha riconosciuto la responsabilità del Ministero della Difesa in relazione alla patologia tumorale contratta dal militare e ha disposto il risarcimento dei danni.
La decisione prende in esame, in particolare, le condizioni ambientali e operative nelle quali Salvo ha svolto le proprie missioni all’estero.
Cesare Salvo e le missioni all’estero
Come anticipato, prima del tumore, Cesare Salvo aveva già maturato esperienza in tre missioni internazionali: Kosovo, Etiopia-Eritrea e Albania.
Secondo la ricostruzione contenuta nel procedimento davanti al TAR, il militare sarebbe stato impiegato anche in aree nelle quali erano presenti fattori di rischio legati all’impiego di armamenti con uranio impoverito e alla presenza di ordigni bellici pesanti.
I giudici hanno inoltre rilevato che, sulla base della documentazione esaminata, non sarebbe stata dimostrata l’effettiva adozione di specifici dispositivi e misure di protezione ritenuti necessari per prevenire i rischi connessi alle attività svolte.
Il quadro analizzato nel giudizio comprende quindi diversi possibili fattori di esposizione.
I fattori di rischio esaminati nel procedimento
La consulenza tecnica acquisita nel corso del giudizio richiama la possibile presenza di diversi agenti e condizioni di rischio.
Tra gli elementi presi in considerazione figurano metalli pesanti, radiazioni ionizzanti e non,
e amianto. Oltre ad altre sostanze considerate tossiche e condizioni operative particolarmente gravose.
La consulenza fa riferimento anche agli aspetti psicologici legati alle missioni, caratterizzate da stress prolungato, ipervigilanza e rischio costante per la propria incolumità.
Il consulente nominato dal Tribunale ha ritenuto che il servizio svolto nell’Arma abbia avuto un ruolo determinante nella manifestazione della patologia.
La diagnosi nel luglio 2006
La vicenda personale di Salvo comincia nel luglio 2006, quando, all’età di 34 anni, arriva la diagnosi di tumore.
Da quel momento inizia un percorso medico complesso, caratterizzato da interventi chirurgici e da cinque cicli di chemioterapia.
La consulenza tecnica acquisita nel procedimento descrive le conseguenze della malattia e la significativa sofferenza affrontata dal militare. Viene inoltre ricordato il timore per la propria sopravvivenza vissuto durante quella fase.
La patologia viene successivamente riconosciuta come dipendente da causa di servizio nel 2011.
Nel 2015, inoltre, Cesare Salvo ottiene il riconoscimento dello status di Vittima del Dovere.
Il giudizio davanti al TAR Sardegna
Nel procedimento amministrativo il Ministero della Difesa ha contestato sia l’esposizione ai fattori di rischio sia il collegamento tra le condizioni ambientali e la patologia.
Il TAR Sardegna, sulla base degli elementi acquisiti durante il giudizio, ha però ritenuto sussistenti i presupposti per riconoscere la responsabilità dell’Amministrazione.
Risarcimento superiore a 262mila euro
Sulla base dei criteri stabiliti nella decisione, il risarcimento riconosciuto a Cesare Salvo supera i 262mila euro.
Il provvedimento del TAR costituisce così un ulteriore passaggio nella lunga vicenda giudiziaria legata al riconoscimento dei danni subiti dal militare ammalatosi di tumore.
L’avvocato Ezio Bonanni: «La sicurezza deve precedere la missione»
Sulla decisione è intervenuto l’Avv. Ezio Bonanni, presidente dell‘Osservatorio Nazionale Amianto e legale di Cesare Salvo.
«Un militare sa che una missione può comportare pericoli e li affronta perché ha scelto di servire lo Stato», afferma Bonanni, sottolineando però che questo, a suo giudizio, non dovrebbe comportare l’accettazione di rischi che possono essere prevenuti.
Per il legale, la sentenza assume quindi un significato che va oltre la singola vicenda e richiama il tema della conoscenza dei rischi e della disponibilità di adeguate misure di protezione per il personale impegnato nelle missioni.
Bonanni evidenzia inoltre le difficoltà che, secondo la sua esperienza professionale, molti militari si trovano ad affrontare dopo il rientro dalle missioni, tra problemi di salute e procedure necessarie per ottenere il riconoscimento dei propri diritti.
«La sicurezza non può arrivare dopo, quando il danno si è già verificato», sostiene il presidente dell’ONA. «Deve precedere la missione, accompagnarla e continuare anche al rientro».



