È morto Giuseppe Sammarco, storico uomo della scorta di Giovanni Falcone: il ricordo di Capaci e l’addio dei colleghi.
La morte di Giuseppe Sammarco è legata a una delle pagine più tragiche della storia italiana: la strage di Capaci del 23 maggio 1992. Conosciuto da tutti come Peppino o Beppe, Sammarco è stato lo storico capo scorta del giudice Giovanni Falcone, protagonista di una stagione drammatica nella lotta alla mafia.
. Una storia fatta di coraggio, responsabilità e dedizione, che continua a vivere nella memoria collettiva del nostro Paese.
Giuseppe Sammarco e il legame con Giovanni Falcone
Essere un uomo della scorta significava affrontare ogni giorno responsabilità enormi. Come garantire la sicurezza di un magistrato esposto a gravi minacce e di condividere un lavoro delicato, fatto di attenzione costante, disciplina e spirito di servizio.
Sammarco ha vissuto quella stagione in prima persona. Gli anni trascorsi accanto a Falcone hanno rappresentato una parte fondamentale della sua storia professionale e umana, lasciando un segno destinato a durare nel tempo.
Il suo ricordo si inserisce in quello di tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine che hanno rischiato la vita per proteggere le istituzioni e contrastare il potere mafioso.
La strage di Capaci del 23 maggio 1992
Il 23 maggio 1992 è una data impressa nella coscienza civile dell’Italia. Quel giorno, un attentato mafioso sull’autostrada A29, nei pressi di Capaci, uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
L’attentato, organizzato da Cosa nostra, provocò uno shock nazionale e segnò una svolta nella risposta dello Stato alla mafia. Poche settimane dopo, il 19 luglio 1992, la strage di via D’Amelio, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, avrebbe aggravato ulteriormente il dolore del Paese.
Giuseppe Sammarco non si trovava a Capaci il giorno dell’attentato perché, pochi giorni prima, aveva subito un infortunio in servizio. Si salvò così dalla strage, ma quella circostanza, secondo il ricordo dei suoi colleghi, avrebbe continuato a pesare profondamente sulla sua vita.
La tragedia di Capaci ha segnato i sopravvissuti, gli amici e i colleghi, molti dei quali hanno portato per anni il ricordo di quei momenti e delle persone perdute.
Il ricordo di Luciano Tirindelli: «Ciao Peppino, amico mio»
A ricordare Giuseppe Sammarco con parole cariche di affetto è Luciano Tirindelli, che lo ha conosciuto non soltanto come collega, ma anche come amico.
Nel suo messaggio, Tirindelli ripercorre gli anni trascorsi insieme, i servizi condivisi e quei momenti in cui bastava uno sguardo per comprendersi.
«Per me non eri soltanto un collega, il mio capo scorta. Eri soprattutto un amico», scrive, ricordando un legame fondato sulla fiducia, sul rispetto e sulla complicità.
Tirindelli racconta il dolore di perdere una persona con cui aveva condiviso responsabilità, sacrifici e momenti importanti della propria vita. Nel suo ricordo c’è anche il rammarico per non aver avuto altro tempo e per non aver potuto vedere Sammarco ricevere, a suo giudizio, il riconoscimento che meritava per il ruolo ricoperto.
Il messaggio si conclude con un pensiero rivolto alla moglie Anna, a Laura e a tutta la famiglia.
«Ciao Peppino, amico mio. È stato un onore averti avuto accanto, non soltanto come capo scorta, ma soprattutto come amico».
Parole che dipingono il ritratto di un uomo capace di lasciare un segno profondo non soltanto nella professione, ma anche nella vita delle persone che gli sono state vicine.
Fausto Fanelli: «Un uomo di grande valore, un servitore dello Stato»
Anche Fausto Fanelli ha voluto salutare l’amico e collega con un messaggio intenso, nel quale definisce Sammarco un uomo di grande valore e un autentico servitore dello Stato.
Fanelli ne ricorda l’onore, il coraggio, l’abnegazione e la lealtà verso le istituzioni. Nel suo racconto, il mancato coinvolgimento diretto nella strage di Capaci, dovuto all’infortunio subito pochi giorni prima, diventa il simbolo di una ferita che, secondo il collega, non si è mai rimarginata completamente.
«Ma da quella strage non uscì mai veramente vivo», scrive Fanelli, descrivendo il peso emotivo che Sammarco avrebbe portato con sé negli anni successivi.
Il collega sottolinea inoltre che Peppino non aveva alcuna responsabilità per quanto accaduto e che non avrebbe dovuto portare il peso di una colpa inesistente.
Il suo messaggio è anche un richiamo al valore di chi ha servito lo Stato con fedeltà, spesso affrontando conseguenze personali difficili da comprendere dall’esterno.
«Oggi se ne va un uomo perbene, un poliziotto autentico, un pezzo della nostra storia e della nostra coscienza», scrive Fanelli.
E conclude con un pensiero destinato a rimanere nella memoria di chi lo ha conosciuto: «Hai servito lo Stato con onore. E l’onore, quello vero, non muore mai».




