La testimonianza di Mario Di Vico: “Mio padre ucciso dall’amianto!”. La storia di un eroe civile a cui lo Stato nega il riconoscimento di vittima del dovere. Ma l’ONA non ci sta!

Mario è il figlio di Leopoldo Di Vico, Maresciallo Capo dell’Esercito Italiano, che è morto a soli 58 anni dopo atroci sofferenze, per aver contratto un cancro da amianto. Ha combattuto Leopoldo, per lui, per la sua famiglia, per gli altri suoi commilitoni, e vicino a lui la moglie, e l’Avv. Ezio Bonanni, anche quando, in Senato, dopo il suo intervento c’era stato chi aveva sostenuto che “si tratta di una battaglia persa, Di Vico morirà e anche le altre vittime dell’amianto continueranno a morire”.

Gli rispose l’Avv. Ezio Bonanni, richiamandola al rispetto del senso della dignità della persona umana, e poi tutti gli altri cittadini che avevano avuto modo di seguire l’intervento che era stato diffuso sugli organi informativi del Senato.

Mario di anni ne ha appena 29, ma basta parlarci al telefono qualche minuto per capire che è dovuto crescere troppo in fretta, perdendo il papà e anche la spensieratezza dei suoi giovani anni, e assistendo allo scempio della presenza dello Stato al funerale del padre, come pluridecorato e con encomi, e al tempo stesso con la vedova e gli orfani cui vengono negati i diritti.

Mario sa perfettamente che niente e nessuno purtroppo potrà ridargli indietro il suo papà, gli anni che avevano davanti, le cose che avrebbe voluto raccontargli e tutto il tempo prezioso da vivere insieme, ma ha le idee chiarissime: per suo papà chiede giustizia e continuerà la sua battaglia fino a quando non l’avrà ottenuta, e la giustizia è anche per centinaia di migliaia di militari, dell’Esercito, dell’Aeronautica, della Marina, dei Carabinieri e di tutto il Comparto Sicurezza (Polizia di Stato e Vigili del Fuoco) esposti ad amianto e ad altri agenti patogeni e cancerogeni nello svolgimento del loro servizio, spesso privi di ogni informazione sul  rischio e sulle misure di sicurezza.

Una battaglia civile quella di Mario, un po’ come quella del padre in divisa.

Onoriamo la memoria di questi caduti, anche di quelli che sono morti per amianto, anche se ci sono le responsabilità di coloro che hanno violato la legge e hanno provocato e purtroppo provocheranno altre malattie e altri morti.

 

Mario, ci racconta la storia di suo papà?

“Mia madre ha seguito mio padre ogni istante della sua malattia, io lavoro al Nord mentre i miei vivono a Roma. Quando papà si è ammalato ho fatto richiesta per usufruire dei permessi di lavoro tramite la legge 104 e riuscivo a stare con lui una settimana ogni due mesi. In questa settimana mi adoperavo per accompagnarlo a tutte le visite che servivano e a fare la chemioterapia.

La storia del mio papà somiglia a tante altre storie di persone che, purtroppo, si sono ammalate sul posto di lavoro mentre prestavano servizio per lo Stato: per 37 anni è stato nell’esercito, era una specie di jolly: dove c’era necessità di personale veniva inserito. Questo perché voglio spiegare che ha ricoperto tante mansioni diverse all’interno delle varie attività militari che si svolgevano, in particolare nelle attività di officina e autosezione, dove era sempre a stretto contatto con l’amianto specie quando faceva i cambi delle gomme dei mezzi militari. Ma lo stesso discorso vale tutte le volte che si è occupato delle mense da campo. Potrei continuare col dire che anche l’ufficio dove lavorava aveva il tetto in eternit, e l’eternit è sempre amianto. E’ andato anche in missione, per ben due volte, in Kosovo e Albania, merita un riconoscimento per il contributo che ha dato e invece gli è stato negato persino il diritto di essere riconosciuto vittima del dovere. Non ci posso credere…”

Quali sono i diritti delle vittime del dovere?

Ho chiesto all’Avv. Ezio Bonanni di spiegarmi bene in che cosa consiste questa normativa e quali sono i diritti della mia povera madre ormai vedova e miei e di mio fratello, orfani troppo presto.

La normativa è farraginosa e si richiama a quelle delle vittime del dovere che inizialmente erano coloro che erano deceduti in servizio in modo cruento, spesso assassinati, ed è singolare che si faccia riferimento alle vittime dell’amianto come vittime del dovere, perché sono persone che sono state assassinate da coloro che hanno violato le regole cautelari.

Il militare ha consegnato la sua vita allo Stato.

Si è messo nelle mani dello Stato, e come mio padre, è stato fatto lavorare con amianto presente perfino nelle cucine, nei carri armati e insieme con la presenza di altri cancerogeni, dal benzene, agli IPA, etc., fino all’uranio impoverito, senza alcuna protezione, solo la divisa militare, come se fosse un Superman e invece è morto anche lui, ucciso dall’amianto.

Perché l’amianto uccide, è un killer spietato e implacabile. Non risparmia nessuno e non ci sono soglie al di sotto delle quali non ci sia rischio.

La normativa in materia di “vittime del dovere” prevede che tutti i dipendenti e appartenenti alle amministrazioni dello Stato che abbiano subito una invalidità permanente in seguito a lesioni riportate in attività di servizio o nell’espletamento delle funzioni di istituto, nonché tutti gli altri soggetti equiparati che abbiano contratto infermità permanentemente invalidanti o alle quali consegue il decesso in occasione di missioni dentro e fuori dei confini nazionali (riconosciute dipendenti da causa di servizio per le particolari condizioni ambientali od operative), tra le quali rientrano le condizioni e le situazioni di esposizione ad amianto, e quindi con insorgenza delle patologie asbesto correlate, hanno diritto al riconoscimento dello status di vittima del dovere con conseguente concessione dei relativi benefici economici, previdenziali e fiscali.

L’art. 20 del D.Lgs. 183/10 prevede espressamente la equiparazione di coloro che hanno contratto patologie asbesto correlate nel corso e a causa dello svolgimento del servizio nell’Esercito Italiano alle vittime del dovere, con previsione dell’incremento di spesa già stanziata dall’art. 1, comma 562, della l. 266/05, che prevede l’estensione dei benefici previsti delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata a tutte le vittime del dovere, individuate ai sensi dell’art. 13, della l. 13.08.1980 n. 466.

Il Consiglio di Stato, con atto del 01.06.2010, n. 02526/2010, ha reso un parere con il quale ha stabilito che “ai fini del riconoscimento della condizione di equiparato alla vittima del dovere, è necessario e sufficiente che il militare abbia contratto l’infermità in occasione o a seguito dello svolgimento della attività di servizio a bordo di unità navali, ovvero su mezzi o in infrastrutture militari nei quali era documentalmente presente amianto”

Il povero Leopoldo Di Vico ha svolto la sua attività di servizio in esposizione a polveri e fibre di amianto, tuttavia si è visto negare il diritto al riconoscimento dello status di vittima del dovere.

“L’avv. Bonanni ha già fatto ricorso al Tar”, prosegue Mario Di Vico, “sta facendo un grande lavoro, ci assiste e ci aggiorna ogni giorno, fino a notte fonda e io sono fiducioso perché l’Ona ci sta seguendo passo dopo passo in questa battaglia di giustizia: mio padre è un lavoratore come tanti altri che per anni sono stati a strettissimo contatto con l’amianto, è tutto documentabile e dimostrabile, e noi non ci spieghiamo come un diritto non possa essere riconosciuto. La nostra battaglia legale andrà avanti, non mi fermo, sono pronto a rivolgermi a tutti i più importanti mezzi di comunicazione, prima o poi mi dovranno ascoltare. Mio padre ha firmato un contratto di lavoro, non un contratto di morte. Se l’avesse saputo, se fosse stato messo a conoscenza non lo avrebbe mai firmato neanche se fosse stato l’ultimo lavoro sulla faccia della terra”.

Quando avete scoperto che suo padre si era ammalato?

“Era novembre del 2011, un giorno all’improvviso si è reso conto di avere dei rigonfiamenti, uno al rene e uno alla gola. E’ andato subito a farsi i controlli ma ormai era troppo tardi, non c’era più niente da fare: era pieno di metastasi.

Mio padre nemmeno lo sapeva ma io parlai con il dottore che lo aveva in cura, per i medici sarebbe morto dopo circa tre mesi.  Ma lui era un uomo molto forte, anche fisicamente, e soprattutto voleva vivere ed è sopravvissuto per più di tre anni, fino al 2015. Ma è comunque morto giovanissimo: aveva appena 58 anni quando ci ha lasciati. Papà ha sofferto tantissimo, specie l’ultimo periodo, un uomo della sua stazza, non riusciva neanche ad alzare una sedia. E’ stato un dolore immenso, per me, per la mia famiglia, per mia madre, un dolore che si rinnova ogni giorno, che nessuno può lenire, ma al dolore per la perdita si aggiunge quello di non aver visto riconosciuto finora un suo diritto. Perché, lo ripeto, mio padre ha servito lo Stato ed è morto per questo, mio padre ha creduto nello Stato e lo Stato non può abbandonarci così: questo ci fa soffrire ancora di più”.

 

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