La verità sull’ amianto (e gli altri veleni) e su cosa si DEVE e si PUo’ fare.
L’intervento dell’Arch. Giampiero Cardillo, Gen. B. CC (RIS), Componente del Comitato Tecnico Scientifico dell’ONA.

AmiantoÈ vero che il mondo è pieno di amianto e provoca molto più di 100.000 morti l’anno.

 È vero che in Italia le vittime sono almeno 5000 l’anno.

Non è vero che il mondo è consapevole del problema: ancora si estrae, si usa, si esporta (anche in Italia). [1]

Non è vero che in Italia abbiamo un “piano” per eliminare l’amianto: non sappiamo ancora quanto davvero ne “custodiamo”. Non conosciamo tutti i luoghi dove esso è presente, oltre i siti già “ufficialmente” censiti. I numeri “ufficiali” sulle quantità (32.000) di tonnellate di veleno censiti e sul numero dei siti (33.600), grandi e piccoli, non sono tutto quello che c’è da sapere.

Ce ne sono molti altri, centinaia di migliaia, micro-siti  assai domestici come le nostre cantine, che custodiscono Amianto, a nostra e altrui insaputa (ad esempio le vecchie scatole di cartone prodotte prima del 1992).[2]

È vero che il problema è di dimensioni enormi, costosissimo da affrontare tecnicamente, difficilissimo da coordinare internazionalmente.

Non è vero, perciò, che un singolo Paese possa risolvere da solo il problema amianto.

Non è vero che la Scienza è “mobilitata” su questo problema: la ricerca langue e affoga nella mancanza di fondi.

Non è vero che le proposte tecnico- industriali per risolvere definitivamente, o anche solo parzialmente il problema, siano adeguatamente sostenute da fondi pubblici (promuovere grandi progetti di bonifica territoriale presuppone l’esistenza di Istituzioni di grande pregio progettuale e operativo, che non ci sono).

Non è vero che siano stati mobilitati adeguati investimenti  privati nel settore specifico della lotta industriale all’amianto (si guadagna di più, con poca spesa e rischio aziendale, con la consolidata, sempre insufficiente, pratica della rimozione- trasportodiscarica,  l’incapsulamentotrattamento superficiale di contenimento, ripetuto nel tempo, all’infinito, con il costosissimo invio all’estero di piccole quantità di prodotto da eliminare definitivamente in appositi impianti che in Italia non ci sono).

Non è vero che l’azione giudiziaria possa considerarsi un mezzo di lotta all’amianto: l’azione penale non può certo dispiegarsi su centinaia di migliaia di episodi in un tempo breve e ragionevole, per evitare l’ecatombe di vittime. A rischio di reato non è solo la parte “pubblica”. Anche una numerosissima parte “privata”, consapevole o inconsapevole è coinvolta potenzialmente.

Non è vero che in Italia il settore “pubblico” o quello “privato” abbiano fondi sufficienti per coagulare e attivare congrue competenze tecniche, oggi inesistenti, mettere in piedi le enormi iniziative industriali necessarie allo scopo, grandi imprese di ricerca teorica e applicata (non disponiamo di giganti della ricerca come la FraunhoferHertz come i tedeschi, con decine di migliaia di ricercatori ben collegati con una grande industria).

Non è vero che la scienza medica abbia oggi i mezzi per affinare le fonti di cura delle persone colpite da malattie asbesto-correlate e derivate per portare i pazienti a sicura guarigione o, meglio, ognuno di noi all’immunità. Non ci sono adeguati finanziamenti e grandi centri di ricerca ancora attivati sul tema, affinché possano dare risultati apprezzabili nel breve, medio e lungo periodo. Una nostra eccellenza di ricerca medica delle Marche, di piccola quanto eroica dimensione, è rimasta da anni senza fondi per proseguire adeguatamente gli studi.

Non è vero che si possa separare il trattamento definitivo dell’amianto, allo stato attuale della tecnica, rispetto ai luoghi oggi inquinati non solo da amianto, ma anche da altri veleni mischiati con esso, come ad esempio accade per la Terra dei Fuochi, della quale non si parla più, ma è sempre là, come prima quando diluviavano parole e promesse non mantenibili.

È vero che nel secolo passato, in Europa e negli USA, si sia visto impiegare, con successo, un “modellorisolutivo virtuoso di enorme dimensione e straordinaria complessità, che ha risanato, rigenerato, sviluppato, arricchito allo stesso tempo  territori immensi, avvelenati da mille veleni, come accaduto per la Valle della Rhur in Germania.

L’impresa della bonifica Ruhr, già gigantesca, è stata associata a risanamento generale del territorio (sicurezza idro-geologica, ammodernamenti strutturali e infrastrutturali, recupero e rifunzionalizzazione, riconversione industriale, turistica e artigianale, etc.). Ciò ha determinato un aumento enorme della complessità del progetto, della sua esecuzione, dei suoi bisogni tecnici e finanziari.

Ma la multilateralità complessa del progetto ha attratto e selezionato così grandi e competenti risorse materiali, finanziarie e intellettuali al più alto livello, tanto da  escludere, per default, dall’impresa gli incapaci, gli avventurieri e i corruttori.

In dieci anni hanno, così,bonificato e sviluppato un’area grande come metà del Lazio.

È vero che tale modello, mutatis mutandis, sarebbe replicabile anche in Italia: mobilitare in modo innovativo e fuori dalle “regole” in vigore cospicui fondi pubblici, nazionali ed EU ed enormi, necessari investimenti privati, lontano dalle logiche concessorie e di appalto, utilizzando al meglio la “nuova” norma Costituzionale che riguarda la “sussidiarietà” (l’art. 118 della Costituzione, adottato in Italia solo nel 2012, che non ha ancora dispiegato le sue immense potenzialità innovative).

È vero che la “grande impresa federale europea”, applicata alla bonifica e al contemporaneo sviluppo rigenerativo complesso di territori avvelenati, potrebbe dare risultati eccellenti specialmente in Italia, afflitta da enormi e molteplici guasti  territoriali che insistono sul medesimo luogo. L’Italia è priva di grandi risorse pubbliche, grandi centri di ricerca, grandi imprese, grandi capitali privati interessati (eccellenze presenti invece in Germania a favore “dell’impresa Ruhr”). Ma soprattutto è priva di Istituzioni efficienti e norme praticabili. Recentemente abbiamo constatato che, anche se  in campi diversi, il modello “grande impresa federale europea” può nascere e innescare sinergie che coprono, almeno in parte,  le nostre deficienze e esaltano le nostre competenze: si veda in proposito l’accordo Fincantieri-Stx nella cantieristica navale e nell’armamento navale.

Solo, perciò, attraverso la co-generazione pubblico-privato, di livello nazionale ed europea,  prodotta da una  grande forza finanziaria, industriale e di ricerca, potrebbe sostenere l’immane sforzo necessario per liberarsi dall’Amianto e da altri inquinanti presenti, in solido con esso, su un territorio dato.

È vero che anche  l’Italia, paralizzata com’è da Istituzioni e norme inadatte a grandi progetti industriali e territoriali, da carenza endemica di capitali di rischio, di grandi imprese produttive e di grandi centri di ricerca, avrebbe così  la possibilità di raggiungere il giusto “punto critico operativo”, affinché interi territori possano rigenerarsi.

Occorre, perciò,  sostenere l’impresa anti-Amianto con i proventi che solo uno sviluppo territoriale immancabilmente complesso potrebbe produrre,  per ristorare sia lo sforzo pubblico, che l’investimento privato, com’e avvenuto in Germania, in Spagna, in Francia, negli USA.

Perciò il “modello Ruhr” associato alla “ grande impresa federale europea” sarà la chiave per aprire la porta ad una rigenerazione, a un  risanamento virtuoso del nostro territorio che soffre di troppi veleni, fra cui l’Amianto, ma anche di paralisi Istituzionale, nanismo finanziario, industriale e della ricerca applicata.

Non c’e altro modo, a mio parere, per liberarsi davvero dell’Amianto in questo Paese: diventare moderni, innovativi, coraggiosi e virtuosi.

L’Osservatorio Nazionale Amianto, anche con il proprio Dipartimento Pianificazione e Sviluppo del Territorio,  è consapevole di tutto ciò ed è a disposizione delle Istituzioni e di ogni soggetto altro interessato.

L’Osservatorio Nazionale Amianto sosterrà l’attivazione dei necessari processi innovativi e risolutivi perché l’Amianto e le inutili economie oggi ad esso correlate possano cedere il passo alla necessaria Grande Impresa Federale Europea che sola  potrebbe eliminarne la presenza attorno a noi.

L’Osservatorio Nazionale Amianto ha in animo di organizzare, proprio nella Valle della Ruhr, un grande raduno internazionale tecnico, medico, scientifico, imprenditoriale e delle Istituzioni nazionali ed europee per lanciare un efficace, definitiva battaglia contro l’Amianto e gli altri veleni che condannano interi territori al sottosviluppo civile e sociale e i loro abitanti alla malattia mortale.

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[1] L’Amianto viene ancora protetto, prodotto, esportato ed usato nel mondo globalizzato. Kathleen Ruffini del Canadian Human Rights Reporter e di RightOnCanada, ha ricordato che la Conferenza di Rotterdam, riunita a Ginevra,  ha indicato alcuni Paesi ove l’Amianto non è ancora bandito (Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Zimbabwe, Russia, Brasile, Cina, Messico, Arabia Saudita, Argentina, Australia;l’Unione Europea non ha ancora un documento comune circa l’Amianto). In alcuni Paesi l’Amianto viene ancora prodotto ( 2 milioni di tonnellate) ed esportato (Russia (700.00 ton.), Cina (450.000 ton.), Brasile ( 170.000 ton.), Kazakistan ( 180.000 ton.), Zimbabwe ( 130.000 ton.) Messico, India, Canada (335.000 ton.).

Una interrogazione parlamentare presentata al Senato italiano, ha esibito una pubblicazione ufficiale indiana del 2014 (Indian Minerals Yearbook) che indica l’Amianto fra i prodotti esportati dall’India e come primo acquirente proprio l’Italia che, negli anni 2012-2014, ha importato 1040 tonnellate di Amianto, proibito in Italia dal 1992. Non solo, nell’interrogazione si sostiene che l’Italia ha importato tra il 2011 e il 2012 342 manufatti contenenti Amianto dagli USA.

Esiste una Lobby internazionale, l’International Crysotile Association, che ha brigato perché nell’elenco delle sostanze pericolose ONU non compaia ancora l’Amianto crisotilo, mentre compare da tempo solo quello anfibolo.

[1]L’Italia è piena di Amianto.

32milioni di tonnellate il peso dei materiali contenenti Amianto, 8 milioni di tonnellate il peso di quello friabile. Sono milioni i metri quadrati di lastre di copertura in cemento-amianto e di amianto spruzzato su strutture edilizie in funzione antincendi. Sono 33.600 i siti finora censiti dal Ministero dell’Ambiente, 832 quelli bonificati, 339 quelli parzialmente risanati. Ma considerando i non ancora emersi micro- depositi di materiali contenenti Amianto in matrice compatta o friabile, in relazione alle centinaia di prodotti posti sul mercato nel novecento, il numero dei siti e micro-siti potrebbe sfiorare la somma un milione. Basti pensare alle cantine delle nostre case e alle scatole di cartone prodotte prima del 1992, che contenevano Amianto, ora quasi polverizzato, perciò pericolosissimo.

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, da competente economista, ha valutato in 85 anni il tempo occorrente a far fronte a questa situazione mantenendo i ritmi di bonifica odierni. Ciò significa che, considerando il tempo di latenza di 40 anni delle malattie provocate dal l’esposizione all’Amianto, occorrerà molto più di un secolo per non dover più piangere morti ammazzati da questo flagello. Oggi ci sono in Italia 560.000 cittadini a rischio di contaminazione, a contatto con le 300.000 strutture per ora accertate da bonificare.

Per ulteriori informazioni visita il sito istituzionale dell’Osservatorio Nazionale Amianto dove è possibile consultare anche l’apposita sezione dello Sportello Nazionale Amianto, in alternativa puoi contattare il numero verde gratuito: 800 034 294.

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