Sport come merito, onore, orgoglio, pregiudizio e rispetto

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Editoriale a cura di Ruggero Alcanterini già direttore de “L’Eco Del Litorale”

Ma vi rendete conto? Quando parliamo di sport e non lo facciamo per sport, parliamo dell’unica cosa rimasta che possa far scattare il sentimento patrio, l’inno, il suo mormorare con la mano destra sul cuore. Che senso aveva scannarsi dentro e fuori lo stadio, prima del COVID, per vicende improbabili recitate da professionisti del pallone oggi qua, domani là e magari su e poi giù, sull’altalena del mercato? Allora, perché non chiedersi che senso abbia l’enorme spreco di risorse mediatiche, con l’esagerato impiego di danaro pubblico, quello divorato dalla Rai, dedicate alla pleonastica fiction rappresentativa di vicende fuori del nostro reale. Perché non chiedersi se la sacrosanta esigenza di vedere i migliori sul gradino più alto del podio non debba passare per la naturale selezione piramidale, del coinvolgere tutti per essere certi del merito?

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Adesso, dopo centoventiquattro anni dalla invenzione dello sport moderno, con il neo-olimpismo elaborato da Pierre de Coubertin e da altri nobili mentori dell’importanza di partecipare, senza pregiudizi sulla vittoria, ci troviamo ad un bivio, ad un nodo da sciogliere, per quel che riguarda l’onorabilità del modo sportivo che, se ha peccato di remissività, se ha accettato consapevole il refolo di una riforma ispirata alla salute, nella nebulosa di un futuro sociale, politico, economico dall’incerta connotazione, non può finire sacrificato con sommario rito sull’altare di sperimentazioni aziendali, tra smart working e work progress, alle prese con presunti stakeholders. E vengo all’orgoglio, come al pregiudizio, come al rispetto, perché alla base c’è una situazione che rischia di compromettersi con danno, in attesa di essere stabilizzata da una Legge di Delega sullo Sport, con i Decreti attuativi in corso di elaborazione. Insomma, niente di più giusto che lo Stato si preoccupi con mirata azione di Governo della salute, attraverso una diffusa e sana pratica dello sport, ma niente di più sbagliato, se questo avviene per scelte empiriche che non tengono conto di esperienze, vocazioni, storie, profili di un mondo che, per definizione, è federativo, multidisciplinare e polivalente, un crogiolo di preziose possibili combinazioni, che solo il genio e la sapienza possono attivare con successo, salvo causare disastri. Adesso, è in corso la sperimentazione di fusioni a freddo tra partner, che potrebbero dare davvero il meglio, se orientati e incentivati secondo natura o il peggio o il nulla, se aggregati a prescindere.

E le risorse? Le risorse potrebbero subire un decremento o un processo di polarizzazione, dati i tempi che corrono. In effetti, senza una seria economia di sostegno, una scelta di Bilancio da pare dello Stato, di un investimento degno di questo nome, che sovverta lo stagnare dell’educazione motoria nelle scuole e sul territorio, si rischia che l’intrapresa riformista produca inutile fuffa, giusto a giustificativo di contributi erogati, con l’inesorabile rottamazione di una parte del sistema, ormai orfano del CONI. Infine, un pensiero per coloro che comunque lo sport lo praticano a dispetto di un divenire cinico e in qualche modo baro, che seguono il puro istinto della sopravvivenza, del vivere la libertà open air, facendo il verso al disincantato Nino Manfredi

Tanto pe’ corre
È una canzone senza titolo
Tanto pe’ corre
Pe’ fa quarche cosa
Non è gnente de straordinario
È robba der paese nostro
Che se po’ corre pure senza talento
Basta ‘a salute
Quanno c’è ‘a salute c’è tutto
Basta ‘a salute e un par de scarpe nove
Poi corre tutto intonno
E t’accompagni da te…

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