Solvay: la fabbrica piena di amianto

Romano Posarelli Romano Posarelli

«La mia rabbia non passerà mai –   afferma Massimiliano Posarelli – perché mio padre è morto lavorando continuamente a contatto con l’amianto. E i responsabili continuano a negarne la presenza, anche davanti all’evidenza».

Il figlio di Romano Posarelli:

Romano Posarelli
Romano Posarelli

“Negano e continuano a negare la presenza dell’asbesto che ha ucciso mio padre”

Romano Posarelli, il padre di Massimiliano, è morto a causa delle fibre di amianto presenti all’interno della fabbrica Solvay.
Nonostante la documentazione tecnica, che attesta tutt’ora la presenza di amianto all’interno della fabbrica e i referti medici che dimostrano la correlazione tra la malattia e le fibre di asbesto, i responsabili della Solvay affermano il contrario.
Ovvero, secondo il direttore di quel periodo, Romano non sarebbe stato esposto all’amianto.
Romano, nato a Pontedera (PI) il 15 Febbraio del 1940, e deceduto a causa di asbestosi e adenocarcinoma polmonare, ha lavorato alla Solvay di Rosignano dal 28 Febbraio del ’74 al 28 Febbraio del ’93, come operaio con la mansione di montare e smontare gli impianti.

È evidente, secondo la consulenza tecnica, che Romano sia stato esposto all’asbesto in modo massiccio sia perché effettuava le scoibentazioni e sia perché svolgeva attività lavorative in prossimità di coloro che, effettuando questo tipo di manutenzione, determinavano la liberazione di fibre di amianto in una fabbrica che evidentemente ne era piena.

Spesso queste attività, soprattutto quando venivano fatte su apparecchiature da revisionare, erano svolte in ambienti chiusi, per cui la concentrazione delle fibre era superiore.
L’amianto era presente anche nei teli che dovevano proteggere la parte di impianto non oggetto della manutenzione, o avvolgere la parte riparata per rallentarne il raffreddamento.
L’officina Calderai, dove lavorava  Posarelli, e l’officina manutenzione, non erano separate ma si trovavano all’interno di un unico capannone, in cui l’inquinamento era aggravato anche dall’impiego della pistola Thermospray METCO 5P, utilizzata per ricoprire alcune tubazioni con metalli pesanti, anch’essi cancerogeni per il polmone.

La Solvay, società multinazionale belga con sede a Bruxelles opera in cinquantacinque Paesi con 28 mila dipendenti.
è attiva nel settore chimico-farmaceutico e delle materie prime.
Quello di Rosignano è stato il primo stabilimento in Italia, costruito nel 1913. La fabbrica è piena di amianto.
Sorse poi, vicino allo stesso, un nucleo urbano intorno alla fabbrica dove risiedevano anche gli operai dello stabilimento, tutt’ora molto popolato.

Questa società è stata già da tempo sede di scandali.
Nel 2016 è stata condannata a risarcire un uomo affetto da placche pleuriche a causa dell’esposizione a fibre di amianto. Quel giorno, il 7 Luglio, al Tribunale di Livorno, si sono svolti sette procedimenti per risarcimento danni da amianto di dipendenti della Solvay.
Sempre a Livorno, muore un altro dipendente, per mesotelioma, Umberto Ascanio Bertini.
Anni prima la stessa fabbrica era sotto i riflettori: a Giugno 2013 ci fu un’indagine della Procura a causa di quattro scarichi abusivi della Solvay di Rosignano, sono stati indagati la direttrice e quattro ingegneri. Secondo il Pubblico Ministero questi scarichi non erano resi noti all’ARPAT e i fanghi erano diluiti per mascherare la concentrazione di scarichi immessi nell’ambiente (più precisamente in mare).

I servizi di assistenza ONA

L’Osservatorio Nazionale Amianto e l’Avv. Ezio Bonanni ti tutelano e assistono gratuitamente. Per accedere ai servizi gratuiti dell’associazione, basta consultare la pagina dei servizi di tutela legale  e assistenza medica, oppure chiamare il numero gratuito 800 034 294.

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 La consulenza Tecnica-Medico Legale del Dott. Paolo Pitotto:

«l’Officina Calderai, dove ha lavorato Posarelli, è stata una delle strutture più inquinate dall’ amianto di tutta la Solvay di Rosignano. L’amianto risulta ancora presente in buona parte dello stabilimento in quanto la bonifica non è stata, a tutt’oggi, radicale. La mappatura, l’indicazione degli interventi di rimozione già effettuati e relativa documentazione, sono concordi nell’evidenziare l’ingente quantità di amianto già rimosso e ancora da rimuovere prima di poter ritenere conclusa la bonifica dello stabilimento. La presenza dell’amianto nello stabilimento è testimoniata anche nel programma demolizione amianto UP Perossidati del 2011, in cui viene indicata la coibentazione con fibre di amianto sulle tubazioni delle passerelle (in parte bonificate nel 2006-2007) e su altri tubi, oltre che nelle guarnizioni.
Vi sono poi trecce con fibre di amianto nella zona gruppo frigo. L’amianto era presente anche nei ceppi frenanti dei carriponte e dei separatori 
centrifughi.
Nelle grandi strutture metalliche (tubi, cisterne e reattori) venivano impiegate anche resistenze elettriche rivestite di amianto per il preriscaldamento delle parti da unire; a saldatura avvenuta, per rallentare il raffreddamento, si 
utilizzavano cuscini in tela di amianto (riempiti di amianto friabile) o teli in amianto.
Numerosi macchinari prevedevano l’impiego di amianto».

Racconta Massimiliano Posarelli durante l’intervista:

“I primi sintomi di mio padre furono curati con antibiotici perché, per via della tosse, i medici pensarono che si trattasse di una broncopolmonite.
Anche quando mio padre morì, i medici non ci parlarono della correlazione tra la sua malattia e l’amianto.
Nel 2002 ci fu una denuncia da parte della ASL alla Solvay per l’amianto e capii subito che la morte di mio padre era correlata all’asbesto.
Così decisi di contattare l’avvocato Ezio Bonanni , presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.
Per avere giustizia per mio padre.
L’amianto è presente nella fabbrica dappertutto, lo hanno addirittura sotterrato, invece di smaltirlo come previsto dalla legge.
Anch’io lavoro lì e non sono ben visto perché ho scelto di portare alla luce tutto ciò che loro vogliono occultare”.

In effetti, sempre secondo la relazione medica del dott. Pitotti, si è calcolato che nei vari macchinari e nelle tubazioni di collegamento la superficie coibentata dall’amianto superasse gli 8 mila mq!
Da un primo censimento della regione Toscana, risulta che tutt’oggi le bonifiche non sono ancora terminate nonostante siano iniziate da tempo.

Dall’ 88 al 2001, nei primi 14 anni del programma di smaltimento, sono state eliminate 600 tonnellate, contro le 700 del triennio 2002-2004.

Dalla fine degli anni ’70 le operazioni di scoibentazione e ricoibentazione vennero affidate alla ditta Riva & Mariani, che svolgeva questi lavori pericolosi in appalto.

Anche tra gli operai di questa ditta vi sono stati numerosi casi di neoplasie amianto-correlate, che andrebbero sommati a quelli dei dipendenti Solvay. Le pulizie di ripristino delle zone nelle quali venivano svolte operazioni di manutenzione, nonché il recupero delle risulte di amianto (guarnizioni, coibentazioni, eternit, teli, nastri ecc.) venivano anch’esse svolte da ditte esterne. Come la cooperativa ACLI Labor di Rosignano; anche tra questi operatori vi sono stati esposti all’amianto della Solvay, per cui andrebbero monitorati ed eventuali casi di tecnopatia dovrebbero essere accorpati con quelli della Solvay di Rosignano.

Mio padre non doveva morire a causa del lavoro – conclude Massimiliano –. Chissà quante altre persone rischiano di morire o di ammalarsi per l’esposizione a fibre di amianto.

Persone che agiscono in questo modo, pensano al profitto piuttosto che a tutelare la salute dei lavoratori, si celano dietro la loro posizione chiudendo gli occhi davanti alla morte di esseri umani. Esattamente come loro.
Ma, dopotutto, e parlo dell’allarmante emergenza amianto in Italia, che riguarda non solo fabbriche, ma scuole, strutture pubbliche e private, quelli che chiudono gli occhi davanti ai decessi, davanti alle stragi, non possono essere chiamati esseri umani, poiché privi di umanità e di rispetto.

E la giustizia deve intervenire in tal senso: per difendere e dimostrare che gli esseri umani sono uguali davanti alla legge.

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