Prevenzione amianto: la corretta metodologia

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Amianto: spieghiamo come prevenire attraverso una corretta metodologia. Per identificare le cosiddette “malattie professionali”, la medicina del lavoro  dell’epidemiologia, hanno messo  a punto degli studi specifici.

Essi considerano i nessi tra le reazioni di determinati agenti morbigeni e le patologie riscontrabili nei lavoratori esposti a questi agenti, con gradi variabili di intensità.  Grazie a tali ricerche si è potuta identificare e classificare una serie di “malattie professionali” e relative casistiche di patologie legate alle attività lavorative, che trovano riscontro nella legislazione di igiene del lavoro e di assicurazione obbligatoria.

L’importanza della prevenzione

Ovviamente tutto ciò non basta ad evitare l’epidemia delle malattie professionali, sopratutto quella legata all’esposizione all’amianto. Anche perché spesso, almeno nella loro fase iniziale, le patologie asbesto correlate sono aspecifiche e mutevoli a seconda di altre condizioni cliniche e della reazione del soggetto colpito. Occorre dunque fare leva sulla prevenzione primaria e su quella secondaria.

I servizi di assistenza ONA

L’Osservatorio Nazionale Amianto – ONA Onlus  e l’Avv. Ezio Bonanni tutelano i diritti di tutti i cittadini e lavoratori esposti e vittime dell’amianto e altri cancerogeni. L’associazione con il pool di tecnici, assiste i cittadini per la bonifica e messa in sicurezza dei siti contaminati (prevenzione primaria). In caso di esposizioni ad asbesto ed altri cancerogeni, si può chiedere il servizio di assistenza medica gratuita (prevenzione secondaria). L’ONA guida la ricerca scientifica in materia di mesotelioma ed altre patologie asbesto-correlate. Fermo il ruolo della prevenzione primaria, la diagnosi precoce, e le terapie più tempestive, assicurano maggiori chance di guarigione, ovvero di maggiore sopravvivenza a migliori condizioni di salute. L’ONA guida anche il pool di legali, per la tutela di tutti i diritti delle vittime di malattia professionale, tra cui quelle asbesto correlate, per il prepensionamento e l’adeguamento dei ratei pensionistici, con i c.d. benefici contributivi per esposizione ad amianto. Anche i lavoratori che sono ancora privi di malattia, hanno diritto ai benefici contributivi per esposizione ad amianto. In caso di insorgenza di malattia professionale, l’ONA avvia il percorso INAIL per l’indennizzo e/o la rendita. In caso di servizio reso nelle Forze Armate, ovvero in esposizione ad amianto ed altri cancerogeni, nel rapporto di pubblico impiego non privatizzato, la struttura medico legale dell’ONA avvia le domande amministrative di riconoscimento di causa di servizio e quelle di vittima del dovere. Tutte le vittime e i loro famigliari hanno diritto al risarcimento di tutti i danni. In caso di decesso, le somme sono liquidate ai famigliari, loro eredi legittimi.

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Come identificare o rapporti di “causa-effetto”?

Affinché si possa parlare seriamente di prevenzione nei luoghi di lavoro, tutte le discipline che si occupano di essa, tra cui: le discipline biomediche, psicologiche, sociologiche, ergonomiche, ingegneristiche e finanche giuridiche, dovrebbero prendere in seria considerazione i nessi tra condizioni di situazioni di lavoro e conseguenze patologiche, che prescindano dai rapporti di causa-effetto immediatamente riscontrabili. 

Abbiamo dunque a che fare con una questione di “metodologia”. Le discipline del lavoro dovrebbero rivolgersi alla metodologia delle scienze, per poter meglio individuare il percorso da intraprendere. Sembra una cosa scontata, ma non lo è affatto.  A dimostrarlo sono i continui errore di valutazione che, come nella questione “amianto”, si reiterano da decenni. Nella valutazione della pericolosità della fibra killer abbiamo assistito infatti ad una miopia interpretativa, che ha fatto slittare il problema, da quello della effettiva prevenzione, alla “gestione” dei rischi, sancito dalla legislazione. Questo errato approccio metodologico ha continuato a produrre esiti mortali o, nel migliore dei casi, si è indirizzato verso azioni di protezione piuttosto che di prevenzione.

I casi giuridici più eclatanti

Ancora oggi, nonostante la sua messa al bando, studiosi e operatori del diritto discutono se sia possibile attribuire al datore di lavoro la responsabilità di individuare le misure adeguate alla specificità del rischio quando non siano ancora indicate dalla legislazione in materia.  Molti casi giuridici si sono conclusi a favore dei lavoratori. 

  • La sentenza del Tribunale di Torino del 13 febbraio 2012, ha inflitto pesanti condanne agli imprenditori e amministratori di Eternit, confermando l’accusa di disastro ambientale doloso continuato.
  • Nel 2010, il Tribunale di Palermo ha condannato alcuni dirigenti Fincantieri, evidenziando il nesso causale tra l’inalazione di fibre di asbesto e neoplasie polmonari che hanno uccido trentasette operai dell’impresa.
  • Il 16 ottobre 2014, il Tribunale di Gorizia, ha riconosciuto colpevoli i vertici di Fincantieri di Monfalcone per la morte di ottantacinque operai a causa di “malattie correlate all’esposizione all’amianto”.

I riconoscimenti non bastano 

Questi riconoscimenti hanno valutato solo il rapporto causaeffetto tra agente morbigeno presente sul luogo di lavoro e danno conclamato.

Bene atteso che si tratta pur sempre di una vittoria per i lavoratori, siamo ancora lontani dalla piena applicazione del concetto di “prevenzione”, visto che non sono state effettuate  indagini sulle scelte del datore di lavoro potenzialmente dannose, a breve o a lungo termine.

Modalità di spiegazione causale

Occorre considerare due modalità di spiegazione causale, una deduttiva e una induttiva, una modalità di spiegazione funzionale, e una spiegazione condizionale.

  • La spiegazione induttiva utilizza una logica di tipo associativo: ricerca le relazioni tra due eventi osservati, uno considerato causale e l’altro considerato come effetto del primo e giunge ad una conclusione, determinata dalla sintesi tra le due premesse. Poiché essa ha valore probabilistico, risulta fallibile e da considerare vera fino a prova contraria.
  • La spiegazione deduttiva parte da un evento già conosciuto, da cui si sviluppano, necessariamente, delle conseguenze. In questo caso, partendo da una premessa iniziale, tale premessa si deve ripetere sempre con le stesse modalità.
  • La spiegazione funzionale, spiega l’effetto che agenti esterni possono avere sul funzionamento dell’organismo. 
  • La spiegazione condizionale, proposta e praticata dalle scienze storico- sociali, mette in luce nessi di causazione, in base al confronto tra condizioni che possono dare origine all’evento da spiegare.

Dalla spiegazione condizionale una risposta?

Si deduce che la spiegazione condizionale permette di evitare qualsiasi genere di rischio, anche nei casi in cui il danno si manifesta ad ampia distanza di tempo, e nel caso di nessi di causazione aspecifici. 

L’Osservatorio Nazionale Amianto, presieduto dall’avvocato Ezio Bonanni, http://www.eziobonanni.com/, si impegna a 360 gradi nella battaglia alla killer silente, garantendo supporto medico, psicologico, legale, previdenziale a tutti coloro che ne fanno richiesta.


ONA mette a disposizione uno staff di esperti in materia amianto.

Per informazioni chiamare Il numero verde 

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www.inail.it: http://www.insic.it/Salute-e-sicurezza/Notizie/Processi- d-amianto-Gorizia-13-condanne-al-Processo-Italcanti/40a98cfc-9891-4474-97fc-d02a686fdb8e

Fonte Bruno Maggi, (come spiegare per prevenire?)