Massimiliano Posarelli, figlio di Romano ucciso dall’amianto

Amianto a Rosignano Amianto

L’Osservatorio Nazionale Amianto, presieduto dall’Avv. Ezio Bonanni, fin dalla sua costituzione (05.08.2008) raccoglie la sofferenza, il disagio e le difficoltà dei lavoratori esposti. Questo anche per i familiari delle vittime, troppo spesso lasciati soli ad affrontare le conseguenze di quello che non potrà mai essere definito un “problema privato”.

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    L’ONA estende la tutela a tutto il territorio italiano

    L’ONA è, oggi, presente su tutto il territorio nazionale. Con la costituzione dei Comitati, l’associazione è in grado di garantire la più ampia partecipazione democratica e di perseguire le sue finalità in modo più diretto ed immediato. Da sempre l’Osservatorio raccoglie le testimonianze delle vittime e dei loro familiari, dando voce a chi ha subito sulla propria pelle il dramma della malattia e della morte.

    Intervista a Massimiliano Posarelli coordinatore ONA

    È stato intervistato anche Massimiliano Posarelli, coordinatore della sede ONA di Rosignano Solvay, figlio di Romano, ucciso dall’amianto. Sono passati 7 anni dalla scomparsa del padre, ma la voce di Massimiliano Posarelli, mentre ne parla, tradisce ancora emozione.

    Mio padre ha lavorato per una trentina d’anni presso uno stabilimento chimico di Rosignano, la Solvay. Stabilimento dove fanno chimica di base, soda, acqua ossigenata, bicarbonato ad uso alimentare. A periodi ha, inoltre, lavorato nel Reparto Calderai dove si facevano riparazioni delle tubazioni sull’impianto. Tubazioni che per l’80% erano rivestite di amianto.

    Per essere riparate, inoltre, bisognava romperle con il martello e si disperdevano particelle. Quindi, quando facevano saldatura, usavano teli in amianto per evitare che la colatura di fuoco cadesse a terra e finisse per incendiare qualcosa.

    Tutti i suoi colleghi rimasti vivi ed infatti, sono malati. Io voglio giustizia, anche se nessuno potrà ridarmi indietro mio padre. Non riesco a rassegnarmi al fatto che a Livorno non è stato possibile venire a capo del processo. Quello penale, infatti, è terminato perché è morto l’ex direttore, quindi sono andato sul civile e la giudice non mi ha ammesso le prove.

    Bisogna dare un senso alla morte di queste persone

    Tengo a dire che nel 2002 venne celebrato un primo processo, che, però, finì con l’assoluzione perché nessuno si costituì parte civile.

    Mio padre è andato in pensione nel 1993, dopo il 2002 nessuno ci ha avvisati su eventuali ripercussioni. Si è ammalato nel 2010. È una malattia silenziosa, a lunghissima incubazione, che si manifesta dopo tantissimi anni. A Cecina esiste una Medicina del Lavoro addetta a questa attività, ma a mio parere ci dovrebbe essere una maggiore attenzione. In particolare sarebbe necessario sottoporre tutti i lavoratori esposti ad amianto a controlli sanitari.

    Dopo la sua morte sono stato chiamato dalla responsabile che sosteneva che mio padre fosse morto a causa del fumo. Al che le ho detto: “Ma lei come fa a saperlo? Conosceva per caso mio padre?”. A Rosignano, ci sono più di 100 tra malati e morti. È troppo chiedere un processo a Livorno? Bisogna dare anche un senso alla morte di queste persone. Vorrei capire, ho bisogno di conoscere la verità, invece finora non mi hanno data la possibilità di capire.

    Nella relazione del medico legale si dice che mio padre si poteva salvare. Io dico che si poteva e si doveva fare di più. Predisporre un piano di controllo! Se questa industria chimica ha creato danni a tante persone, non può abbandonarle! Hanno lavorato una vita, hanno firmato un contratto di lavoro, ma non sapevano che era un contratto di morte“.

    Massimiliano, quando si è ammalato suo padre?

    Tutto inizia nel 2010, mio padre è morto a novembre dello stesso anno per un adenocarcinoma del polmone. Il suo è stato un lungo calvario, le sue sofferenze sono iniziate prima. Mio padre ha iniziato a sentirsi ad agosto, anche se i dolori alle gambe, in particolare alla gamba sinistra, sono iniziati qualche mese prima. Il nostro medico curante ha sottovalutato la situazione. Diceva che era una semplice sciatica. I dolori persistevano, anzi, aumentavano.

    Poi, sono arrivati altri sintomi e papà ha iniziato ad avere una tosse secca. Mia madre ha insistito per fare controlli più approfonditi. Così, il nostro medico di base, ha prescritto una lastra al polmone. È andato in ospedale e lì il radiologo gli ha prescritto una terapia antibiotica per una sospetta broncopolmonite.

    Nel frattempo, a settembre eravamo entrati in contatto con un medico che frequentava il nostro negozio. Ci eravamo consultati rispetto al dolore alla gamba, e ci ha consigliato di fare una risonanza senza contrasto. Dopo aver visto i risultati, senza allarmarci, ci prescrisse una PET. Non ci disse nulla apertamente, prendemmo appuntamento, ma papà iniziò a peggiorare”.

    Come ha scoperto di avere l’asbestosi e il tumore polmonare?

    Alla sera, papà aveva sempre la febbre. Siamo tornati dalla dottoressa e ha proseguito la cura per circa 20 giorni, ma la febbre andava peggiorando. Papà era sempre più debilitato, fino a che, un giorno, ci fu un episodio di sangue. La dottoressa continuò a dire di non preoccuparci, che poteva essere un capillare che si era rotto, ma la febbre non passava. Solo dopo diverse insistenze la dottoressa si è convinta a fare la tac.

    Da lì la scoperta. Il radiologo ci disse di rivolgerci a un chirurgo perché c’era qualcosa che non andava. Siamo andati a Livorno, dove papà ha fatto tutti gli esami del caso, ma, ormai, era tardi.

    Ormai il tumore era in metastasi. Un vero peccato, perché se il tumore al polmone fosse stato diagnosticato al primo stadio, era possibile intervenire. Si poteva estirpare chirugicamente e sottoporre il paziente a chemioterapia. Nel nostro caso, nonostante la chiarezza dei sintomi, veniva negata l’esatta diagnosi.

    Abbiamo fatto dei controlli. In particolare, la broncoscopia per capire che tipo di tumore fosse. Ci hanno detto che era un adenocarcinoma. Papà ha fatto un ciclo di chemio molto leggero, perchè era già debilitato. A novembre è morto. Io avevo sentito parlare dell’amianto, quindi, mi sono attivato.

    Circa tre anni dopo la morte di mio papà, caso volle che conobbi una dott.ssa, radiologa all’ospedale di Siena. Le ho portato i dischetti della Tac e mi ha fatto una relazione che rivelava che papà aveva asbestosi e placche pleuriche, causa della malattia. Per farla breve, per conoscere la verità, sono dovuto andare a Siena, non a Rosignano.

    L’asbestosi e le placche pleuriche sono state diagnosticate solo post mortem.

    Come ha conosciuto l’avv. Bonanni e l’ONA?

    Ho partecipato ad una assemblea dell’ONA che si è tenuta a Rosignano Solvay già nel maggio del 2010. Poi, ancora, nell’ottobre dello stesso anno. Fu in quella circostanza che illustrai all’avv. Ezio Bonanni i sintomi.

    Fu proprio l’avv. Ezio Bonanni a non vederci chiaro sulla storia di mio padre. In particolare, gli risultava strano che a un lavoratore esposto ad amianto con chiari sintomi di tumore polmonare gli fosse praticata una cura antibiotica. Per di più, senza un preventivo esame TAC o PEC.

    Ho informato il medico curante della ASL che continuava ad insistere nel sostenere che occorreva la cura antibiotica. Alla fine, invece, quanto è stata fatta la TAC PET, si è scoperto che le metastasi avevano invaso tutto l’organismo. Il mio povero babbo è morto pochi giorni dopo.

    Purtroppo c’è poca attenzione per la vita umana, la vita di questi lavoratori viene considerata meno di zero. Ci sono degli assassini che però rimangono impuniti. Il processo penale per la morte del mio babbo si è chiuso perché l’imputato, ultranovantenne, nel frattempo è morto.

    L’amianto ha distrutto la mia vita e quella della mia povera madre, che poi è morta di crepacuore. Viviamo in uno stato che non tutela la vita umana e la sua dignità e che permette delle vere e proprie stragi silenziose, come quella dell’amianto”.

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