Luigi Pennacchietti, giovane padre di 37 anni, muore a causa dell’amianto

Luigi

Questa è la triste storia di un padre, Luigi Pennacchietti, che è stato ucciso dalle fibre di amianto presenti nel luogo in cui lavorava.

Un’altra vittima di quel killer silenzioso che ha stroncato non solo la vita di un uomo ma anche quella della sua famiglia, lasciando un incolmabile vuoto e dolore.

L’avvocato Ezio Bonanni interviene a difesa delle vittime

Luigi ha lavorato alle dipendenze della Cotral (Compagnia Trasporti Laziali) dell’ATAC (Azienda per la mobilità, del comune di Roma) presso l’officina di Centocelle. Ha esercitato la mansione di operaio elettromeccanico dal 1988 fino a poco prima della sua morte, il 24  Agosto del ’94.

È stato a contatto continuo con le fibre di amianto che ha inalato per tutto l’orario lavorativo (otto ore al giorno).

Si occupava della sostituzione dei pannelli in amianto per l’isolamento dei vani e delle apparecchiature interne alle vetture, dell’isolamento termoacustico di tetto, pareti e pavimento con utilizzo di amianto e spruzzo; della rimozione ed installazione delle guarnizioni in amianto degli impianti frenanti.

Inoltre, provvedeva quotidianamente alla sostituzione di parti usurate in fibra di amianto di componenti elettriche, con l’ausilio di utensili, come le lime, che determinavano il sollevamento di una grande quantità di polvere e, di conseguenza, la dispersione nell’aria di una notevole quantità di fibre di amianto che veniva inalata, non solo da lui ma anche dagli altri colleghi di lavoro.

“L’utilizzo massiccio di amianto nelle officine COTRAL,  in cui ha lavorato Luigi Pennacchietti, è stato riconosciuto anche dall’INAIL con una relazione redatta il 12.10.2005. Tant’è che l’origine professionale della malattia è stata peraltro anche già riconosciuta dal Tribunale di Roma che, con la sentenza n. 6946/99, ha riconosciuto in favore della vedova di Pennacchietti, Giovanna Macciocca, la costituzione della rendita INAIL. In tale giudizio il CTU, dott. De Simone, aveva concluso la propria indagine “ritenendo sussistere il nesso causale tra la patologia sofferta e l’attività lavorativa svolta dal de cuius”.

L’esposizione alle fibre di amianto, dato che era un fumatore, è stata ancora più letale, causando un tumore al polmone che ne ha provocato la morte a soli 37 anni.
Infatti, come dimostrato da studi scientifici, “la sottoesposizione al fumo di tabacco e alle fibre di amianto moltiplica gli effetti cancerogeni e aumenta la possibilità di sviluppare il cancro al polmone”.

Così i familiari decisero di rivolgersi all’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.


Dal trattato del Prof. Massimo Menegozzo:

L’esposizione al fumo di tabacco e fibre minerali di amianto amplificano le mutazioni genetiche acquisite indotte dai cancerogeni del fumo e amplificano la proliferazione cellulare in risposta del danno tissutale che porta ad un aumentato rischio per lo sviluppo del cancro della laringe e del polmone”.
Anche Richard Doll, della London School of Hygiene, nel 1995 pubblicò uno studio condotto nello stabilimento di Rochdale della Turner & Newall a Manchester e sottolineò che il rischio di ammalarsi di tumore al polmone fra chi aveva lavorato in fabbrica per almeno 20 anni era 10 volte superiore di quello che si riscontrava nella popolazione generale.

Aggiunge anche che l’amianto fa aumentare di cinque volte il rischio di tumore al polmone nei non fumatori e di 53 nei fumatori.
I primi sintomi di Luigi – come racconta la moglie nell’intervista – furono la tosse, che passò inosservata fino a quando non iniziò a perdere sangue dalla bocca.
Spaventata, Giovanna corse a Roma portando il marito in ospedale per una visita specialistica. Il medico diagnosticò subito il tumore al polmone e Luigi venne ricoverato a Roma nel ’92.
Iniziò per Giovanna un vero e proprio calvario per assistere il marito, tra le corse in ospedale e le due bambine piccole di cui doveva occuparsi da sola.
Luigi venne sottoposto ad un intervento di lobectomia superiore destra e il medico gli sconsigliò di riprendere il lavoro in officina perché il suo tumore era causato dalle fibre di amianto presenti all’interno del luogo di lavoro.
Ma Luigi decise di tornare a lavorare, per la sua famiglia. Sua moglie non aveva un lavoro e le bambine erano molto piccole. Amava loro più di ogni cosa, più della sua stessa vita, dopo l’orario lavorativo correva dalle sue figlie per abbracciarle, strappargli un sorriso, un momento insieme, filmava quei momenti perché sapeva che sarebbero stati gli ultimi. Anche prima di morire, portò la sua famiglia in vacanza al mare, il loro sorriso era la cosa più importante per lui, voleva stampare nella loro mente il ricordo indelebile di quei giorni  al mare, anche se le sue forze non gli permisero di godere del sole o del tramonto, ma lui voleva esserci.
Fino alla morte. Quei momenti di felicità erano una speranza di vita in quel calvario che l’attendeva.
Ma presto iniziò a peggiorare e fu ricoverato presso il presidio ospedaliero di Palestrina, nel quale è deceduto dopo cinque giorni.
Poco prima della morte chiese a Giovanna di poter salutare le bambine.
è un’immagine indelebile, quella di mio padre in ospedale sdraiato su un letto d’ospedale con dei tubi nel naso-racconta Valeria durante l’intervista – mi accarezzò per l’ultima volta prima di morire. Ho portato con me questo triste ricordo per anni e non c’è giorno in cui non pensi a lui, a come sarebbe stato avere un padre, vivere le piccole cose e i grandi eventi.
Ma me lo hanno strappato via. Per questo voglio giustizia”.

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(Luigi Pennacchietti con le sue figlie)

Sig.ra Giovanna mi parli del lavoro di suo marito, quali erano le sue mansioni?
Mio marito era un operaio, lavorava in officina, quando rientravano i trenini lui doveva aprire i cassonetti e controllare tutta la parte meccanica. I cassonetti erano rivestiti di amianto, lui usava dei soffiatori per pulire i cassonetti, li doveva limare. Era a contatto con l’amianto per tutto l’orario lavorativo di otto ore al giorno.

Quando tornava a casa, scherzando, lo chiamavo carbonaro perché rientrava dal lavoro con il viso tutto nero. Io gli chiedevo cosa fai sul lavoro? E lui rispondeva che, con l’uso del soffiatore, la polvere che mandiamo in aria la respiriamo.
Ricordo che lavavo i sui indumenti di lavoro a parte, l’acqua era completamente nera dopo averli immersi”.

Lui era consapevole della presenza di amianto nell’officina?

Sicuramente sapeva che le sostanze con cui veniva a contatto erano pericolose ma aveva bisogno di lavorare”.

Dal punto di vista legale l’amianto è stato abolito nel 92, suo marito è morto nel 94. Forse lui sapeva che queste polveri erano nocive ma non ne aveva la certezza.

Dopo l’operazione ha avuto la certezza che fossero cancerogene. La dottoressa gli comunicò la pericolosità dell’amianto e il fatto che il suo tumore era correlato all’esposizione a queste fibre. Fu proprio lei che ci consigliò di fare domanda all’INAIL per la causa di servizio”.

Dev’essere stato difficile ritrovarsi da sola, con due bambine piccole, suo marito era così giovane.

Si aveva solo 37 anni. Ancora adesso non riesco a parlarne senza soffrire. Non è stato facile affrontare la vita da sola senza di lui, mi sono ritrovata senza l’uomo che amavo con due figlie piccole, una di tre e l’altra di cinque anni, senza un lavoro e senza nessuno che potesse aiutarmi.
Qualcuno mi dava una mano, i colleghi di mio marito, i nonni, ma ho dovuto lavorare molto.
Anche quando era malato ho dovuto dedicarmi a lui e con le bambine non era facile, avanti e indietro per l’ospedale.
Mi sono dovuta adattare a fare qualunque lavoro, in campagna, a raccogliere le olive, davo una mano a mia sorella a vendere i fiori. Non è stato facile.
La bambina più grande iniziò ad avere problemi e la portai in cura da uno psicologo. Non riusciva ad accettare tutto questo.
Mi chiese di vedere le bambine prima di morire. Era il suo ultimo desiderio, salutarle prima di andarsene. Prima di morire mi disse di stare attenta alle bambine.
Abbiamo fatto di tutto per salvarlo. Purtroppo, la morte era inevitabile”.

Luigi
(Luigi e le sue figlie)

Valeria, la figlia più grande, mi racconta di quanto sia stato difficile per lei e per sua sorella vivere affrontare la vita senza una figura paterna.
Avrebbe voluto conoscerlo e viverlo, anche per pochi anni
: “Non ricordo molto di mio padre. Io e mia sorella lo conosciamo tramite quello che ci hanno raccontato i familiari, gli amici, i filmini che faceva con la telecamera.
Era un tipo scherzoso, aveva molti interessi, amava le piante, la pesca. Aveva tanti amici
”.

Valeria continua raccontandomi di quanto sia stata dura cambiare scuola e trasferirsi dalla nonna materna che poteva occuparsi di loro quando la madre lavorava: “Io e mia sorella non abbiamo vissuto bene il periodo scolastico. Ci sentivamo sempre inferiori, perché non avevamo il papà. Ogni volta che cambiavamo classe, alla Festa del Papà, alla comunione. C’era sempre una mancanza.
Alle medie, per un periodo inventai che avevo un padre pur di non dire che non avevo il papà.
Ho scoperto che anche mia sorella faceva la stessa cosa, inventavamo un papà per non sentirci inferiori, non volevamo far pena a nessuno”.

Luigi
(Luigi e la sua figlia)

Sua madre mi ha detto che è stata lei a contattare l’avvocato Bonanni.

Ho avuto un’ottima impressione dell’avvocato Bonanni. È una persona che crede veramente in quello che fa e spero che la nostra causa venga riconosciuta, per avere giustizia per mio padre e per tutte le persone che hanno perso la vita a causa dell’amianto”.

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