L’Amiantifera di Balangero: la miniera di amianto

Amiantifera di Balangero Amiantifera di Balangero

Amianto crisotilo: la più grande miniera di amianto in Europa fu quella di Balangero. La cava di amianto di Balangero fu il luogo di estrazione del minerale utilizzato in Italia. La miniera appartenne anche all’Eternit. Presso la vicina Casale Monferrato fu lavorato l’amianto crisotilo estratto da Balangero.

Dal 1918 fino al 1985 l’Italia iniziò ad estrarre ingenti quantità di amianto dalla cava del Monte San Vittore, nelle Valli di Lanzo, in Piemonte, a circa un chilometro da Balangero (To).

Il grande aumento della produzione iniziò nel 1959 con il passaggio dell’IRI del gruppo azionario della miniera alle fabbriche del gruppo Colombo ed Eternit. 

Poi fu costituita una nuova società, l’Amiantifera di Balangero Spa. Durante questo anno, anche il metodo di estrazione cambiò e dopo poco tempo acquisì la configurazione di grande anfiteatro a terrazze. 

Fino agli anni Ottanta, l’Amiantifera di Balangero, fu la più grande cava d’Europa, garantendo ben 36 mila tonnellate di minerale (circa 170.000  tonnellate all’anno).

Nel 1983 la società subì un ulteriore cambio di proprietà e fu acquistata dai fratelli Puccini, poi iniziò una crisi che venne risolta con la chiusura definitiva nel 1990, seguita dal fallimento della società Amiantifera di Balangero Spa.

Balangero: Primo Levi testimone

Uno dei testimoni della inaudita capacità estrattiva del sito fu un giovane neolaureato ebreo, assunto in nero e con una falsa identità per via delle restrizioni imposte dalle leggi razziali del 1938: Primo Levi. 

Primo Levi nella cava di amianto crisotilo

Primo Levi descrisse la sua esperienza in miniera (vi lavorò fino al giugno 1942) in un racconto intitolato Nichel, incluso successivamente nel Sistema periodico (raccolta pubblicata da Einaudi nel 1975):

Anno dopo anno, la valle si andava riempiendo di una lenta valanga di polvere e ghiaia. L’amianto che ancora vi era contenuto rendeva la massa leggermente scorrevole, pigramente pastosa, come un ghiacciaio: l’enorme lingua grigia, punteggiata di macigni nerastri, incedeva verso il basso laboriosamente, ponderosamente, di qualche decina di metri all’anno; esercitava sulle pareti della valle una pressione tale da provocare profonde crepe trasversali nella roccia; spostava di centimetri all’anno alcuni edifici costruiti troppo in basso. In uno di questi, detto “il sottomarino” appunto per la sua silenziosa deriva, abitavo io. C’era amianto dappertutto, come una neve cenerina: se si lasciava per qualche ora un libro su di un tavolo, e poi lo si toglieva, se ne trovava il profilo in negativo; i tetti erano coperti da uno spesso strato polverino, che nei giorni di pioggia s’imbeveva come una spugna, e ad un tratto franava violentemente a terra […]”.

La montagna di amianto come un girone dantesco

La montagna colta come un girone dantesco. Levi, uomo di scienza, si getta con autentica passione nel compito assegnato, malgrado le condizioni illegali imposte dall’ azienda che avevano vincolato il suo stipendio alla capacità di trovare una soluzione al problema. In “Nichel” Primo levi descrisse la realtà che lo circondava con lucidità e rigore e, allo stesso tempo, compone con leggerezza  l’intreccio di relazioni tra i lavoratori della miniera. Ma quello che emerge con maggior vigore dal racconto è  la descrizione del lavoro nella cava. Colta nella sua aspra – e ancora attualissima – fisicità, la montagna scavata a gradoni si mostra da subito agli occhi dello scrittore come un girone infernale di dantesca memoria. “In una collina tozza e brulla, tutta scheggioni e sterpi, si affondava una ciclopica voragine conica, un cratere artificiale del diametro di quattrocento metri: era in tutto simile alle rappresentazioni schematiche dell’Inferno, nelle tavole sinottiche della Divina Commedia”. Che non esita a descrivere con toni omerici, come “lavoro da ciclopi”, la fatica per strappare “un misero 2 per cento d’amianto” dalla roccia.

Le polveri di amianto sono “neve cenerina”


Primo Levi porterà sempre con sè la coscienza dello sforzo terribile dei minatori. “L’operazione procedeva in mezzo ad un fracasso da apocalissi – racconta – in una nube di polvere che si vedeva fin dalla pianura”. La polvere di crisotilo. L’amianto onnipresente che Levi descrive come una sorta di demone, asfissiante e ostile. “C’era amianto dappertutto, come una neve cenerina. Se si lasciava per qualche ora un libro sul tavolo, e poi lo si toglieva, se ne trovava il profilo in negativo”.

Tutto a Balangero era immerso in quella cappa d’amianto, la cui nocività la sensibilità di Levi ha colto e testimoniato, trasfusa nella sua arte letteraria. La letteratura diventa lo strumento di conoscenza e consapevolezza: “I tetti erano coperti da uno spesso strato di polverino, che nei giorni di pioggia si imbeveva come una spugna, e ad un tratto franava violentemente a terra”: descrizioni che rilette oggi – alla luce dei fatti violenti della cronaca, dei tanti processi e dei troppi morti – assumono il peso di una denuncia implacabile

Italo Calvino e la miniera di amianto di Balangero

Italo Calvino arriva nella miniera piemontese come redattore del quotidiano “l’Unità”, inviato a seguire uno sciopero di 40 giorni dei lavoratori della cava dopo la soppressione, da parte dell’azienda, di un premio di produzione. Pagine di scrittura emblematica dove gli eventi descritti da Calvino sono colti ben oltre la loro portata storica e diventano materia di denso valore esistenziale. “Il grigio polverone d’asbesto della cava che dove arriva brucia, foglie e polmoni”. Nella cronaca di Calvino – come nella narrazione di Levi – emerge l’amianto. Calvino scriveva queste parole nel 1954:

“L’auto girò l’ultima curva tra i castagni e davanti ebbe la montagna dell’amianto con le cime e le pendici scavate a imbuto, e la fabbrica compenetrata in essa. Quelle erano le cave, quelle gradinate grigie lucide ad anfiteatro tagliate nella montagna rossiccia di cespugli invernali; la montagna scendeva pezzo a pezzo nei frantoi della fabbrica, e veniva risputata in enormi cumuli di scorie, a formare un nuovo, ancora informe sistema montuoso grigio opaco. Tutto era fermo in quel grigio: da trentacinque giorni sui gradini della cava non salivano gli “sgaggiatori” armati di pala, picco e palanchino, né le perforatrici ronzavano contro la parete, né gli uomini delle mine gridavano accendendo la miccia: «Oooh la mina! Oooh brucia!», né quelli dei carrelli facevano il carico sul piano di frantumazione, e poi via per i ripidi binari scavati nella montagna, né quelli delle “bocchette” manovravano le leve per scaricare il materiale nei condotti della fabbrica, né nessun altro in nessun reparto lavorava a trasformare quella pietra in duttile fibra d’amianto: c’era lo sciopero, dal 18 gennaio, e quell’automobile che adesso usciva dal castagneto portava su i dirigenti della “Amiantifera” a discutere con la Commissione Interna”.

E poi ancora “Ma non ce n’è di lepri nel bosco, non crescono funghi nella terra rossa dai ricci di castagno, non cresce frumento nei duri campi dei paesi intorno, c’è solo il grigio polverone d’asbesto della cava che dove arriva brucia, foglie e polmoni, c’è la cava, l’unica così in Europa, loro vita e loro morte”.

La legge italiana avrebbe messo al bando l’asbesto 38 anni dopo (L. 257/92).

Balangero: l’amianto causa di morte e desolazione 

I morti a Balangero  furono tanti: quindici d’infortunio in trentacinque anni, ma a fare paura furono sopratutto i numeri delle vittime d’amianto.

Dal 1946 al 1975 venne studiata la morte di oltre 900 lavoratori dell’amianto crisotilo impiegati tra il 1930 e il 1965.

Per nove di essi si conclude che il decesso era avvenuto per asbestosi, undici erano morti di cancro al polmone, una morte per mesothelioma della pleura (diagnosi non supportata da esame istologico).

A seguito di ulteriori verifiche, visti i tempi di lunga latenza fra l’esposizione e lo sviluppo delle malattie asbesto correlate, il numero salì ulteriormente, contando 206 lavoratori morti per cancro ai polmoni, deceduti a causa dalla prolungata esposizione all’amianto.

Il rischio relativo di carcinoma polmonare in questo gruppo era 2,89. 

Gli undici lavoratori morti per cancro ai polmoni erano tutti fumatori di sigarette.

Una questione di negazionismo in nome del Dio danaro?

La consapevolezza circa la pericolosità dell’amianto era già nota nei primi decenni del secolo, ciononostante il problema fu ignorato: basti pensare che la prima sentenza di condanna per i danni alla salute dei lavoratori provocati dall’amianto risale addirittura al 1906 e venne pronunciata proprio dal Tribunale di Torino.

Il settimanale «Il Progresso del Canavese e delle Valli Stura», pubblicò diversi articoli relative alle morti precoci che si registravano tra i lavoratori di due fabbriche di lavorazione dell’amianto, situate a Nole, nel Canavese: la Bender & Martiny e la British Asbestos Company Limited. Quest’ultima denunciò il responsabile della testata e il corrispondente per diffamazione e la questione finì in Tribunale.

Grazie a svariate perizie di medici ed esperti, il giudice condannò l’impresa e la sentenza fu pubblicata sul giornale. L’azienda, allora, ricorse in Corte d’Appello e, l’anno successivo, perse di nuovo.

Balangero: la miniera di crisotilo

Presso la Cava di Balangero si estraeva il crisotilo (amianto Balangero). 

Crisotilo di Balangero

Tutela legale vittime amianto lavoratori delle miniere

L’ONA tutela anche i lavoratori delle miniere di amianto. Tra i dipendenti delle miniere, non solo quella di Balangero ma anche di altre ci sono molti casi di tecnopatie, ovvero malattie polmonari per respirazione delle polveri (pneumoconiosi).

Oltre all’amianto nelle miniere vi fu esposizione a silice, birillio etc..

L’ONA fornisce assistenza legale gratuita per il riconoscimento dei benefici contributivi dei lavoratori amianto esposti nelle miniere, in base all’art. 13 co. 6 della L. 257 del 1992. Il riconoscimento della malattia professionale e il risarcimento dei danni (tutela legale lavoratori miniere amianto e silice)

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Strage di amianto fin dall’inizio del 900

A percepire il nesso con l’esposizione alla fibra killer fu il medico Luigi Scarpa, il quale illustrò come una trentina dei suoi ricoverati al Policlinico Generale di Torino, tutti provenienti dalla stessa fabbrica, avessero contratto una forma particolare di tubercolosi, che non aveva la stessa evoluzione di quella di altri pazienti. 

Da ciò dedusse che la patologia avesse qualche attinenza con l’attività lavorativa: «[…] ritengo giustificato il sospetto − sosteneva Scarpa − che l’industria dell’amianto costituisca, forse a motivo dello speciale pulviscolo a cui dà luogo, una delle occupazioni più perniciose quanto a predisposizione verso la tubercolosi polmonare, sì che si impongano speciali misure d’igiene e speciali misure di lavoro per gli operai che vi si adibiscono […]. La classe lavoratrice ha bisogno e possibilità di essere tutelata contro le insidie di quello stesso lavoro a cui chiede il sostentamento, che paga non di rado a prezzo della propria salute e della propria esistenza».

Effettivamente bisognerà aspettare fino agli anni Cinquanta e Sessanta − nel pieno del boom dell’amianto −, per avere la certezza sugli effetti letali della fibra killer.

Tossicità che tuttavia non scalfi’ minimamente gli imprenditori, i quali continuarono ad utilizzare l’amianto per via della sua economicità e della sua efficienza nel prevenire i danni derivanti dal fuoco. 

Alla fine degli anni Sessanta oltre temila prodotti contenevano amianto ed il suo uso si protrasse sino alla fine degli anni Ottanta.

Una svolta da OMS: L’amianto è cancerogeno 

La svolta avvenne quando alla fine degli anni Settanta, vennero accolte le prime richieste di risarcimento per i danni subiti dai lavoratori e dai loro congiunti.  Nel 1977, la IARC (International Agency for Research on Cancer), che fa capo all’Organizzazione Mondiale della Sanità, dichiarò cancerogene le fibre di amianto. La sua messa al bando non fu repentina. Solo con la legge 257 del 1992 ci fu il divieto di estrazione e di lavorazione dell’amianto. Ora non vi è dubbio che anche il crisotilo è cancerogeno. Tutte le fibre di amianto sono cancerogene (asbesto cancerogeno per l’uomo). Nell’ultima monografia IARC (2012) è ribadito che tutte le fibre amianto sono cancerogene, compreso il crisotilo. Le fibre di asbesto provocano, oltre all’asbestosi, tutta una serie di cancri, compreso quello della laringe e delle ovaie, che si aggiungono al cancro del polmone e al mesotelioma. Poi ci sono altri cancri come quello del colon retto, per i quali ancora non vi è unanimità scientifica sulla natura di malattia asbesto correlata. L’ONA e l’Avv. Ezio Bonanni hanno ottenuto sentenze di riconoscimento di tumore del colon come malattia asbesto correlata con condanna dell’INAIL all costituzione delle prestazioni (indennizzo INAIL).

Consapevoli dell’imminente regolamentazione, i responsabili dell’Amiantifera di Balangero decisero di raddoppiare in breve tempo le quantità estratte.  Anche i prodotti di scarto aumentarono, arrivando a circa 6 milioni di metri cubi all’anno e che andavano ad alimentare due gigantesche discariche collocate, l’una, sul versante della Stura di Lanzo e, l’altra, poco più a nord, nel bacino del Torrente Fandaglia). Nel 1983 i proprietari, Eternit e Manifatture Colombo, cedettero la cava ai fratelli Puccini di Roma che apportarono innovazioni tecnologiche all’avanguardia, prima di chiuderla, nel 1990, quando si calcolava che ci fossero 18 milioni di tonnellate di amianto ancora da estrarre.

Anche il crisotilo estratto presso la cava di Balangero è cancerogeno. 

Approfondisci sulla cancerogenicità dell’amianto (patologie asbesto correlate)

Legge amianto (257/92): divieto di estrazione amianto

La messa al bando definitiva arrivò grazie alla legge n. 257 del 27 marzo 1992, che ne vietava «l’estrazione, l’importazione, l’esportazione, la commercializzazione di prodotti di amianto o contenenti amianto» e, con l’articolo 11, indicava addirittura le modalità di risanamento della miniera di Balangero.

l’Italia è stato il secondo produttore europeo di asbesto (3.748.550 tonnellate) e ancora ad oggi ce ne sono 40 milioni di tonnellate in un milione di micrositi e in 50 mila siti, comprese scuole, ospedali e altri luoghi di vita e di lavoro.

L’Avv. Ezio Bonanni pioniere della lotta all’amianto in Italia

L’Avv. Ezio Bonanni ha rappresentato e difeso le vittime amianto miniera Balangero.

Già nel gennaio 2000, l’Avv. Ezio Bonanni iniziò la tutela legale delle vittime e chiese la definitiva messa in sicurezza del sito di Balangero.


ONA in prima linea sulla questione amianto

Importantissimo il ruolo svolto dall’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) in materia amianto. Il suo Presidente, Avv. Ezio Bonanni  guida un pool di legali per l’assistenza in favore delle vittime.

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