Il massacro dei militari della Marina Italiana

La Corte di Cassazione annulla per la seconda volta le assoluzioni degli ammiragli condannati per le morti di amianto

“I colpevoli devono pagare”. Il caso di Salvatore Arcieri

È una nube nera, tossica, mortale, quella che copre la Marina Militare italiana, che ha portato alla morte più di 2mila persone, marinai che hanno servito lo Stato nelle unità navali e nelle attività degli arsenali, intrisi di amianto.
570 casi di mesotelioma, più di 1000 decessi per tumore polmonare, altri 500 morti per le altre patologie asbesto correlate, dai mesoteliomi ai tumori della laringe e della faringe, del colon e di altri organi di bersaglio.
La Corte di Cassazione ha annullato per la seconda volta le assoluzioni degli ammiragli, che sapevano a quali pericoli fossero esposti i loro sottoposti e non hanno agito per salvare la vita a migliaia di esseri umani.

Come nel caso di Giuseppe Calabrò e Giovanni Baglivo.

I vertici della MM non hanno dotato i marinai delle dovute precauzioni. Dietro la maschera del silenzio li esponevano alla morte, senza remore, pensando di poter passare inosservati solo perché i tempi di latenza per l’incubazione della malattia correlata all’amianto sono lunghi.

Ma basta inalare le fibre anche per un breve periodo, per ammalarsi.

Forse pensavano, gli ammiragli, che l’amianto che ricopriva le tubazioni delle navi non avrebbe rilasciato fibre, si preoccupavano dei motori gli alti ufficiali. L’amianto, ottimo per le qualità di coibentazione e di isolamento, i marinai, invece, lo hanno inalato, tagliato, respirato, spruzzato. Ci hanno addirittura dormito vicino.
Una strage.
Con quale coscienza si può decidere della vita degli altri, inconsapevoli, perché i vertici erano i soli a essere informati?
La Corte di Cassazione, dopo sette anni, due assoluzioni e tre rinvii, stabilisce che il processo di appello a Venezia contro cinque ammiragli della Marina Militare, è da rifare.

Non solo per la morte dei due marinai, Giuseppe Calabrò e Giovanni Baglivo, deceduti per mesotelioma pleurico. La Marina, secondo l’accusa, non avrebbe preso le precauzioni di legge per evitare di esporre al pericolo i militari.
La Corte di Cassazione riaccende, così, le speranze di familiari di altre vittime, in causa nel processo parallelo a Padova, per la morte di una decina di marinai uccisi dell’amianto.
Chiuso in primo grado con l’assoluzione.
Più volte il ministero della Difesa è stato condannato a risarcire i familiari delle vittime.
Sono 1101 i casi di vittime segnalati solo alla procura di Padova.

La Suprema Corte ha annullato anche la seconda volta, nel processo Marina Bis (circa 50 casi) l’assoluzione degli ammiragli, dopo aver respinto il proscioglimento degli stessi in primo grado nel processo Marina uno.

Il procedimento Marina ter, quindi, torna alla fase di indagini preliminari, con almeno 800 nuovi casi, molti dei quali mortali.
Solo quando hanno aperto gli occhi, i parenti delle vittime hanno denunciato le morti dei loro cari, che hanno servito lo Stato, anche grazie all’Osservatorio Nazionale Aamianto e al lavoro dell’avv. Ezio Bonanni.

Bonanni, oltre a tutelare e ad assistere i familiari dei deceduti, ha fatto luce su questo massacro, aprendo le porte della verità anche tramite l’informazione, scoprendo i volti di quelli che si nascondevano nel buio e nel silenzio.

Solo ora, dopo tutte quelle morti, vengono risarciti i parenti. Morti che potevano essere evitate.
Non si può tornare indietro ma si può guardare avanti, con la consapevolezza di ciò che è stato ed evitare ciò che sarà.
I colpevoli devono pagare. La giustizia deve dimostrare di essere tale, perché altrimenti assisteremmo ancora alla morte di altri marinai, donne, uomini, bambini, a causa dell’amianto.
La bonifica ci deve essere.
E non solo sulle navi.
Per tutelare i nostri cari, i nostri figli, noi stessi dalla fibra killer creata dall’uomo.
È una battaglia, quella dell’ONA, per un futuro illuminato dalla verità. Perché l’uomo, purtroppo, in molti casi, ha dimostrato di non essere cambiato nel corso della storia, e le tragedie che si susseguono, si ripeteranno se qualcuno non apre gli occhi e combatte.

Se la giustizia non interviene per tutelare il principio cardine su cui si fonda, cioè l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge.
Una lunga scia di sangue, bagna le acque cavalcate dalle navi della Marina Militare, e «questo massacro deve finire», ha detto la figlia di una vittima.

La storia di Salvatore Arcieri


«Pochi giorni prima della morte mio padre mi afferrò per il braccio dicendomi: “Ora mi devi dire che cos’ho”».
La figlia Laura cercò di dissuaderlo dal provare a capire quale fosse il suo problema ma Salvatore sapeva che, inevitabilmente, sarebbe andato incontro alla morte.
Mesotelioma pleurico. Gli era stato diagnosticato nell’ottobre del 2009 dopo essere stato ricoverato presso l’azienda ospedaliera Umberto I di Siracusa. È deceduto il 19 Novembre dello stesso anno, a poco meno di un mese dalla diagnosi.
Salvatore Arcieri, nato ad Augusta il 23 Maggio del 1941, si era arruolato a soli 17 anni nella Marina Militare.
Dapprima aveva prestato servizio come motorista navale, poi aveva frequentato le scuole degli equipaggi di La Maddalena e lavorato presso le strutture della Marina Militare di Taranto.
È stato imbarcato presso numerose navi tra cui la Mitilo e la Chimera. Navi imbottite di amianto.
L’amianto è stato introdotto nella cantieristica navale fin dal 1900 per le sue caratteristiche di isolamento, incombustibilità, resistenza al calore e al fuoco. E per la sua economicità.
Nel 1925 i motori a vapore sono stati sostituiti con i motori a scoppio e, di conseguenza, l’amianto è stato utilizzato anche per isolare varie componenti e per la coibentazione di caldaie, camini, tubazioni e valvole, guarnizioni e coppelle che spesso venivano realizzate anche dai motoristi per le attività manutentive eseguite in mare.
Arcieri utilizzava l’amianto anche in forma di lastre e cartoni; questo materiale era presente nei pavimenti, nei locali motore, addirittura veniva spruzzato per isolare rapidamente grandi superfici, non solo nel vano motori e nella sala macchine ma anche nelle stive.
“L’esposizione di amianto riguarda ambienti di lavoro e di vita e si sommano i contributi derivanti da specifiche attività lavorative con quelli dovuti ad esempio alla presenza di materiali contenenti amianto negli spazi aderiti ad alloggio del personale o comunque dove il personale trascorre importanti periodi di tempo “. Dalla relazione del Prof. Comba e del Prof. Soffritti.
I titolari delle posizioni di garanzia, oggi purtroppo deceduti, come accertato dalla Procura della Repubblica di Padova, hanno violato le regole cautelari nello specifico dettate per la tutela della salute e dell’incolumità psicofisica dei militari della Marina.
Infatti, fin dagli inizi del 1900, erano note le capacità lesive delle fibre di amianto per l’organismo umano.
Nel 1955, Richard Doll aveva pubblicato i suoi studi che dimostravano gli effetti cancerogeni dell’amianto, in particolare per l’apparato respiratorio. Anche sul mesotelioma si erano susseguite varie pubblicazioni scientifiche, che hanno trovato la loro definitiva consacrazione con le pubblicazioni di Wagner(1959) e Selikoff(1964/1965).
Salvatore è stato esposto per tutta l’attività di servizio a una concentrazione di 3mila ff/ ll (fibre/litro) di amianto nella media delle otto ore lavorative, per non parlare delle esposizioni nell’orario di riposo.
Come riportato dalla relazione tecnico medico legale prodotta dal C.T.U. Dr. Giuseppe Bulla: “Ha lavorato ben più di sei anni in Marina, ma il periodo trascorso tra i motori delle navi NON è breve; la motivazione risiede nel fatto che il periodo trascorso tra i motori è ben più lungo di due anni e tre mesi, periodo sufficiente abbastanza per sviluppare il mesotelioma”.

Ha lasciato un enorme vuoto nel cuore di sua moglie e dei suoi cinque figli, Salvatore, un uomo forte, di poche parole, che ha lavorato tutta la vita scegliendo sempre di fare le cose che amava, dedicandosi con amore e cura alla sua famiglia. All’educazione dei suoi figli.
La figlia Laura ricorda come suo padre gli abbia insegnato il valore della giustizia, a lottare per ciò che si desidera e per i propri cari. E proprio su questa base Laura, insegnante, decise di intraprendere questa battaglia legale contro la Marina Militare e il ministero della Difesa, affiancata dall’avv. Ezio Bonanni.
La ricerca della verità e della giustizia, senza la quale non c’è pace.
Questo l’ha spinta a lottare per suo padre e per tutti quelli che hanno perso i loro cari a causa di questa terribile tragedia che poteva essere, se non evitata, perlomeno contenuta.
Non hanno utilizzato alcuna protezione dalle fibre di amianto, obbligatoria per legge.
Oggi la moglie Vincenza e i figli chiedono che Salvatore sia riconosciuto come Vittima del Dovere con equiparazione alle Vittime del terrorismo, con tutti i benefici previsti per legge. E il risarcimento a moglie e figli orfani di Vittima del dovere.
“Mio padre mi insegnato a fare quello in cui credo con dignità, in modo combattivo. E continuerò a combattere per la giustizia, è l’unica cosa che mi rimane per potermi sentire più vicina a lui”.

 

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