Amianto: i limiti delle Convenzioni Internazionali

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Poiché numerose prove scientifiche hanno mostrato una relazione causale tra amianto ed effetti cancerogeni negli individui esposti, l’unico modo per eliminare le malattie asbesto correlate è applicare un divieto totale dell’amianto, cosa che è stata fatta solo dal 40% dei 108 paesi che ne hanno decretato la messa al bando dal 1989. 

Amianto: le Convenzioni Internazionali

Al fine di regolare l’utilizzo della pericolosa fibra, sono state adottate alcune Convenzioni Internazionali. Esse contengono delle linee guida ben precise per i governi, sulla regolamentazione, consumo di amianto sul posto di lavoro e gestione dell’amianto come rifiuto.  

La scelta di ratificare una convenzione spetta, in maniera autonoma, agli Stati membri ed volta che un Paese aderisce, è tenuto ad attuare le leggi corrispondenti per garantire la coerenza con tale Convenzione.

Amianto: OIL e la Convenzione di Basilea 

Le due Convenzioni più rilevanti nella gestione dell’amianto sono:

1) La Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) n. 162 relativa alla sicurezza nell’uso dell’amianto (di seguito denominata convenzione C162 sull’amianto);

2) La Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e il loro smaltimento.

La prima si concentra sulla prevenzione dell’esposizione professionale all’amianto, associata alla maggior parte delle malattie asbesto correlate.

A tal proposito, l’articolo 15 adottato il 24 giugno 1986, recita:

1. Per la valutazione dell’ambiente di lavoro, l’autorità competente deve stabilire i limiti di esposizione dei lavoratori all’amianto o altri criteri di esposizione.

2. I limiti di esposizione o gli altri criteri di esposizione devono essere fissati, rivisti e attualizzati periodicamente alla luce dei progressi tecnologici e dell’evoluzione delle conoscenze tecniche e scientifiche.

3. In tutti i luoghi di lavoro nei quali i lavoratori sono esposti all’amianto, il datore di lavoro deve adottare tutte le misure adeguate per prevenire o controllare la liberazione di polveri di amianto nell’aria, per garantire che i limiti di esposizione o gli altri criteri di esposizione vengano osservati, e per ridurre l’esposizione al livello ragionevolmente più basso e praticamente realizzabile.

4. Qualora le misure adottate in applicazione del paragrafo 3 del presente articolo non bastino a contenere l’esposizione all’amianto nei limiti stabiliti o a conformarsi agli altri criteri di esposizione fissati in applicazione del paragrafo 1 del presente articolo, il datore di lavoro deve fornire, mantenere e, se necessario, sostituire una attrezzatura di protezione respiratoria adeguata e, a seconda dei casi, indumenti speciali di protezione, senza spesa per i lavoratori. L’attrezzatura di protezione respiratoria deve essere conforme alle norme stabilite dall’autorità competente e venire utilizzata esclusivamente come misura supplementare, temporanea, di emergenza o eccezionale, e non come una alternativa al controllo tecnico”.

La Convenzione di Basilea, adottata il 22 marzo 1989, costituisce l’accordo più completo in materia ambientale globale riguardante i rifiuti pericolosi e altri rifiuti. “Essa punta a proteggere la salute umana e l’ambiente dagli effetti avversi risultanti dalla generazione, dai movimenti transfrontalieri (attraverso i confini) e dalla gestione di rifiuti pericolosi e altri rifiuti”,  altro possibile scenario di esposizione.

Amianto: i limiti delle Convenzioni 

Sebbene le due Convenzioni siano utili per la prevenzione delle esposizioni all’amianto, come accennato all’inizio dell’articolo, l’unico modo per eliminare le malattie legate ad esso consiste nell’attuare un divieto totale della fibra.

Addirittura, una errata interpretazione o l’uso improprio delle Convenzioni, nel corso degli anni ha enfatizzato l’uso sicuro dell’amianto, piuttosto che la sicurezza nell’uso dell’amianto, contribuendo di fatto all’utilizzo continuato del killer silente.

Amianto: l’evoluzione 

Già verso la fine degli anni ‘80 diversi paesi hanno cercato di realizzare una politica nazionale per la messa al bando definitiva dell’asbesto.

Grazie a ciò, a partire dagli anni ‘90 il consumo globale si è dimezzato, passando dai quattro milioni di tonnellate nel 1990 a due milioni di tonnellate nel 1999.

Amianto: l’appello di OMS e OIL

Purtroppo però sono ancora molti i paesi si ostinano ad utilizzarlo e dal 2000 il suo consumo si è mantenuto costante, con una media di due milioni di tonnellate all’anno in tutto il mondo.

Per tali ragioni dal 2006, l’OMS e l’OIL hanno continuato ad invitare i paesi a bandire l’amianto, ponendo fine all’ecatombe da esso generata e mettendo in guardia da quella che si prevede nei prossimi anni.

Nello specifico, la 95esima sessione della Conferenza internazionale del lavoro (2006), ha adottato la risoluzione dell’OIL sull’amianto, mentre l’OMS ha promesso di aiutare i suoi Stati membri a gestire i rischi per la salute associati all’esposizione all’amianto.

Utile precisare che secondo le rilevazioni dell’Ona, la tendenza sarebbe in aumento dalla fine degli anni ’80 e si stima che continuerà nei prossimi anni raggiungendo il picco negli anni 2025-2030.

Amianto: un processo lento

Altri dati sulla pericolosità della fibra sono stati forniti dal Global Burden of Diseases, Injuries and Risk Factors Study (GBD). Secondo le sue stime, nel 2017, 29 909 persone in tutto il mondo sono morte per mesotelioma, di cui 27 447 per cause professionali e 2462 per cause non professionali, rispettivamente.

Ciò si deve al fatto che fino al 2016, circa l’80% della popolazione mondiale viveva in paesi che non ne vietavano l’uso. 

La mancanza di una regolamentazione efficace o della scarsa supervisione normativa, ha continuato ad esporre moltissima gente al rischio di esposizione a sostanze pericolose sul lavoro.  

L’Islanda in pole position

Il primo Paese a porre in essere una normativa cautelativa sull’amianto è stato il Regno Unito già nel 1930. Il primo Paese a bandirlo definitivamente è stata l’Islanda nel 1983. Il primo Paese a riconoscere il tumore al polmone da amianto  (mesotelioma) è stata la Germania nel 1943.

Il profitto prima della salute?

In alcuni paesi, in nome del profitto e dell’interesse industriale si è preferito sorvolare sulla questione della salute pubblica.  

Soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, le attuali convenzioni internazionali non sono state in grado di garantire un adeguato controllo dell’amianto.

Conclusioni

Dovremmo aspettarci che i paesi che ratificano le Convenzioni Internazionali siano preparati per attuare un divieto totale.

Per farlo, sono necessari sia programmi internazionali sia nuovi accordi per un divieto totale dell’amianto e impegni del governo nazionale.

Fonte

China Medical University e il Ministero della Scienza e della Tecnologia (Taiwan).

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