Rimembrando il disastro di EcoX

EcoXSpero si tratti di pure casualità, ma il ripetersi di fumate nere sull’orizzonte italico sta diventando davvero inquietante. Temo che si tratti di una sorta di assuefazione ai messaggi tossici, di una tragica sottovalutazione del rischio. 

Per questo, colgo l’occasione dei recenti sviluppi sul caso EcoX e della significativa  ammissione  dell’Osservatorio Nazionale Amianto e Ambiente a costituirsi parte civile nel procedimento penale annunciato,   per fare una riflessione in tal senso, legata al Territorio Pontino ed al suo destino di terra vocata al mito, alla storia, alle suggestioni delle sue delizie ed agli incubi di chi vi finisce in croce.

Intendo che lì i roghi divampano addirittura dalla notte dei tempi … Lo stesso Ovidio spiega l’origine del nome di Ardea con l’alzarsi in volo dell’airone  “Ardèa Cinerea”, proprio dopo l’incendio e la distruzione della Città ad opera di Enea, approdato laddove sorse Castrum Inui, alla foce del Numicum, oggi ridotto ad un fosso impraticabile.EcoX

Dunque, protagonista del primo rogo  sacrificale, Ardea, poi gloriosa salvatrice di Roma con Furio Camillo, oggi martoriata dalla piaga dell’abusivismo, contigua a Pomezia, nel cui territorio, dopo millenni,  si continuano a verificare eventi incandescenti… Diciamo, che si tratta davvero di una eredità bollente, un residuo scomodo dei fasti industriali del Novecento, la coda velenosa di quella che fu la “benedizione” della Cassa per il Mezzogiorno. 

Inevitabilmente,  il mio pensiero ricorre all’esperienza già vissuta dalla Sardegna,   oggi impegnata in una faticosa impresa di rigenerazione orientata sul turismo e l’agroalimentare di qualità, dopo aver subito la violenza stravolgente del “petrolchimico” dagli anni cinquanta  e conosciuto la perversa ricorrenza dei fuochi, tutti naturalmente di origine dolosa, ancorché determinati da tradizioni ancestrali legate alla pastorizia.

Dunque, torno al concetto purificatore ma anche distruttivo e venefico, che si identifica con il fuoco. In particolare mi riferisco all’evento più grave della serie, quello dell’incendio del deposito di rifiuti EcoX, il 5 maggio del 2017, imponente e tossico al punto di richiamare l’attenzione dei media nazionali, delle istituzioni territoriali dell’intera Area Metropolitana di Roma Capitale, di determinare il ricorso a provvedimenti di allontanamento della popolazione e chiusura di attività in loco, di allarme sino a Roma Sud e all’intera zona dei Castelli. 

EcoX

Voglio ricordare che gli incendi agli ex Studios della De Laurentis e all’immane Campo Nomadi di Castel Romano, come i sistematici  roghi della Via Pontina e i fumi mefitici, che s’innalzano permanentemente dall’area di Santa Palomba, non ci devono sembrare la normalità, un giusto prezzo da pagare per mantenere stabile  la complessità economico-sociale del territorio, ma ci devono preoccupare, come il permanere di una perniciosa straordinarietà, di cui la comunità deve trovare il modo di liberarsi, senza se e senza ma.  

Basterebbe valutare il danno alla salute derivante da questo  stato di cose, avere bene in mente il “fungo maligno”, che si alza ben oltre le nubi per poi stendere il suo mantello tossico ogni dove, per capire quanto non sia assolutamente tollerabile questo degrado, che nasce dallo spirito di rassegnazione, dalla insulsa tolleranza, dalla filosofia dell’ognun per se e Dio per tutti, che ci porta alla catastrofe. 

Dunque, perché non perseguire la via virtuosa del buon senso prima che sia troppo tardi. Come ho già ricordato più volte, per il Litorale la vocazione virgiliana è per sua fortuna innata, per destino naturale, dotato di risorse che non richiederebbero altro che amore, attenzione e giusta intraprendenza, indipendentemente dal colore politico delle amministrazioni. 

Ecco perché mi sento di rievocare le anime perse di una natura selvaggia che, bonificata, industrializzata e abbandonata ad ogni sorta di vessazione, oggi rischia di invelenirsi, di divenire di nuovo sinonimo di “mal aria”, ma per ragioni diverse da quelle che ancora nel secolo scorso decimavano braccianti, bifolchi, guitti, barrocciai, butteri, coloni costretti a convivere con la “Dea Febbre”.

Voglio dire che non è giusto, che è una vera follia riportare al degrado per via artificiale ciò che tanti, con sacrifici sovrumani, avevano recuperato, sino a far vibrare le corde del sentimento e le penne di autori immortali come Carducci, D’Annunzio, Goethe, Byron, Turgenev, Gogol, Cervantes, Chateaubriand, Nietzsche, Stendhal, Pascoli…, dopo che lo avevano già fatto gli stessi Virgilio e Shakespeare

EcoX

Rischiamo di perdere per sempre “un’armonia eterea dalle ombre chiare e azzurre, fuse nel vapore che tutto avvolge in una sinfonia di trasparenze lucenti” (Goethe) se non diamo un taglio netto a comportamenti del tutto irresponsabili.

Le uniche emissioni accettabili dovrebbero tornare ad essere quelle sulfuree di Tor Caldara, anch’esse minacciate da una incipiente e miope, piuttosto che inutile antropizzazione, mentre la “Civiltà Marinara” di Anzio, Torvajanica e Tor San Lorenzo stenta a ritrovarsi nel marasma di pubblico-privato, di desertificazione stagionale, di caos edilizio, di strade dissestate e pattume,  che poco hanno a che fare con il fascino delle paranze, dei tellinari e delle sciabicate familiari, che ornavano come coccarde preziose il nastro azzurro oro, che da Nettuno si snodava verso nord sino alle selvagge spiagge di Castel Porziano. 

Adesso non c’è più tempo, non ci sono scusanti e ogni assenza, ogni elusione, rinvio o autorizzazione ad ulteriori massacri del territorio avrebbero il peso di autentici macigni, tali da schiacciare non soltanto le coscienze degli irresponsabili, ma anche le speranze degli irriducibili. 

A cura del Dott. Ruggero Alcanterini direttore “L’Eco Del Litorale” ed editorialista di “Il Giornale sull’amianto”.

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