Dispersione di fibre amiantifere nei siti di estrazione di minerali asbestiformi

In conseguenza alla forsennata estrazione di rocce amiantifere dal 1890 al 1991 e con il successivo divieto di estrazione, importazione e lavorazione dell’amianto in tutti i suoi settori produttivi, un gran numero di siti di estrazione come cave a cielo aperto e giacimenti affioranti sono rimasti esposti.

Le norme che hanno sancito il veto di utilizzo e immissione sul mercato di cinque minerali del gruppo degli anfiboli ed un minerale del gruppo dei serpentini sono la Direttiva della Commissione CEE del 1991 e la legge n°257 del 27/03/1992.

Principalmente collegato all’esposizione professionale, il pericolo amianto ha comportato complessi risvolti ambientali dovuti allo smaltimento di rifiuti e alla dismissione di siti  di produzione e di estrazione.

A causa di ciò si è resa necessaria la valutazione della pericolosità di siti minerari dismessi e affioramenti rocciosi rappresentati da litotipi potenzialmente dannosi  evidenziati nel D.C.R. n°105 del 20/12/1996 della regione Liguria (anfiboliti, metabasiti, serpentiniti, serpertinoscisti e brecce ofiolitiche).

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Serpentinite (www.flickr.com)
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Ofioliti di Campotrera (RE) (http://geo.regione.emilia-romagna.it) 

La natura cancerogena di queste rocce è data dalla struttura fibrosa e dalla tendenza a separarsi longitudinalmente in fibre sottili dei minerali costituenti: crisotilo, actinolite, amosite, antofillite, crocidolite e tremolite.

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Crisotilo rinvenuto nella cava di San Vittore (mineralidelpiemonte.com)
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Actinolite (commons.wikimedia.org)

Dai primi anni ‘90 nonostante svariati tentativi di avviare opere di bonifica e risanamento ambientale, alcuni dei quali effettivamente realizzati, molti siti contaminati sono rimasti abbandonati per anni.

Tra questi troviamo la famosa cava amiantifera di Balangero (TO) che dall’inizio del XX secolo al 1990 fu la più grande cava di amianto d’Europa e una tra le prime al mondo;  la cava “Piano di Carlo” (GE), la cui attività estrattiva fu interrotta decenni fa per la presenza d’amianto, oggi discarica per terre di scavo; la cava di talco della Valmalenco che per anni ha contribuito alla produzione di materiale ferrifero e amiantifero.

Un altro infelice esempio ricade sul territorio siciliano, più precisamente nel comune catanese di Biancavilla dove l’attività estrattiva e la distribuzione di un minerale di origine vulcanica, la fluoro-edenite, molto simile ai minerali costituenti dell’amianto per modalità di cristallizazione e stato di aggregazione, ha contaminato l’intero paese.

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Fluoro-edenite (www.internazionale.it).

Anche qui, dopo il riscontro di un elevato numero di casi di mesotelioma pleurico (la patologia polmonare tipicamente dovuta alle esalazioni di fibra d’amianto) si è giunti alla cessazione di tutte le attività minerarie nei pressi del monte Calvario. Gli interventi di messa in sicurezza dell’area sono iniziati nel 2001 con la recinzione del perimetro; il fronte della cava è stato invece coperto con gittate di calcestruzzo tramite una tecnica chiamata spritz beton. Dopo questi interventi la quantità di amianto atmosferico si è decisamente ridotta; dal 2000 ad oggi si è registrata infatti una variazione da una media di 1,76 fibre per litro d’aria ad una media inferiore ad una fibra per litro d’aria.

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Formazione vulcanica del monte Calvario parzialmente bonificata (www.internazionale.it)

Il pericolo però non deriva unicamente dal risultato di un’azione antropica bensì la natura stessa contribuisce alla dispersione dei silicati cancerogeni. In tal senso, oltre possibili eventi sismici o frane limitrofe ad aree contaminate, l’azione del vento e delle acque meteoriche e superficiali agisce meccanicamente erodendo le porzioni esterne dei materiali amiantiferi esposti. Le fibre così asportate vengono immesse nell’ambiente e trasportate in aria e in acqua. Un’eventuale evaporazione delle acque inquinate porterebbe alla dispersione aerea delle fibre così come quelle residue nella fase liquida potrebbero portare alla contaminazione delle falde e di conseguenza dell’acqua che arriva nelle nostre case.

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Miniera di Balangero (http://www.zeroamianto.it).

Nonostante il documento “Linee guida per la qualità dell’acqua potabile” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicato nel 1994, enunci che «Non esiste dunque alcuna prova seria che l’ingestione di amianto sia pericolosa per la salute, non è stato ritenuto utile, pertanto, stabilire un valore guida fondato su delle considerazioni di natura sanitaria, per la presenza di questa sostanza nell’acqua potabile», recenti studi hanno dichiarato “l’ingestione” un’esposizione primaria all’amianto al pari dell’inalazione e hanno correlato ad essa l’insorgenza di cancro dello stomaco e del colon retto. Ad oggi però non esiste una legge o un decreto che regoli la quantità di amianto contenuta nell’acqua potabile.

Anche il calore, considerato in questo caso come l’effetto di processi puramente naturali (esposizione al sole, incendi, ecc.), contribuisce ad incrementare l’effetto inquinante dei prodotti edili a base di asbesto. Uno studio realizzato dal dott. Antonio Mignosa nel 2007 ha infatti dimostrato come le temperature raggiunte durante le condizioni di esercizio (110°, 250°, 550°, 750°) di teli d’amianto provenienti da impianti petrolchimici determinino un incremento della capacità di rilascio di fibre proporzionale alla temperatura a cui sono stati sottoposti. Prove a trazione e prove a strappo hanno evidenziato rispettivamente un decrescente grado di resistenza alle sollecitazioni applicate dai macchinari su frammenti di teli e una diminuzione del grado  di coesione delle fibre al variare della temperatura a cui veniva effettuato il test (da temperatura ambiente fino a 750°).

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[A: punto di rottura del campione di telo d’amianto nuovo; B: punto di rottura del campione di telo d’amianto a 110°. Si osserva un forte decremento della resistenza alla trazione da A (26.39 N/mm2) a B (4.27 N/mm2).]

Nonostante le numerose opere di risanamento ambientale realizzate a distanza di ventisei anni per eliminare i rischi di derivazione industriale e naturale, il dato riguardante il numero di bonifiche effettuate rimane allarmante, circa 800 siti bonificati su 33610 censiti su territorio italiano tra strutture pubbliche e private.

Dott. Giuseppe Bosco

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