Amianto e Forze armate: la denuncia dell’ONA

L’Osservatorio denuncia l’esistenza di 40 milioni di tonnellate di amianto ancora da bonificare. Le conseguenze si ripercuotono anche nelle forze armate.

L’amianto, un minerale presente in natura, è economico e resistente al calore. Si è dimostrato un ritardante di fiamma, durevole per un’ampia varietà di materiali da costruzione: perfetto dunque per l’uso in campo militare.

Ed infatti è stato abbondantemente utilizzato per la maggior parte del XX secolo.

Tutti i rami delle Forze Armate hanno adoperato questo minerale per la costruzione di navi, carri armati, aerei e caserme.

Peccato che i produttori di amianto (e non solo loro) in passato non abbiano divulgato sufficienti informazioni sui pericoli del minerale tossico per i militari e per i civili.

Risultato?

Oggi i veterani delle Forze Armate stanno pagando con la vita il prezzo per quelle decisioni.

Quasi un terzo delle persone che sviluppano il mesotelioma sono infatti militari ed ex militari.

Le zone pericolose

Le aree più a rischio esposizione erano (e sono) i compartimenti del sottocoperta, le sale caldaie, le sale macchine, i depositi di munizioni, e anche le mense e le camere da letto.

Di amianto se ne trovava in grossa quantità all’interno dei veicoli corazzati, negli aerei e nelle navi che li trasportavano nelle zone di battaglia, sebbene anche le basi  e le caserme in cui vivevano e si addestravano fossero problematiche.

L‘amianto copriva infatti le tubature, si trovava su pavimentazione, copertura, era utilizzato come materiale di isolamento e nelle fondamenta di cemento.

E’ stato utilizzato in guarnizioni, apparecchiature per caldaie, pompe, turbine, isolamento elettrico, tubi e tubature.

La legge

Anche se l’uso di amianto è stato bandito in Italia con la legge 257 del 12 marzo 1992, il lungo periodo di latenza del mesotelioma fa ritenere che ancora molti militari si ammaleranno. I sintomi del mesotelioma possono infatti manifestarsi a distanza di 20/ 50 anni dall’esposizione.

Rischi per la salute: cosa si sapeva?

Il primo rapporto circa la pericolosità derivante dall’inalazione delle polveri di amianto per gli operai che lo lavoravano risale al 1898, quando l’ispettrice inglese Lucy Deane, descrisse una malattia dei bronchi e dei polmoni provocata dalle polveri di amianto presenti negli ambienti di lavoro.

La malattia in questione era l‘asbestosi (all’epoca non aveva ancora un nome). Del minerale, da lei definito “evil” (diabolico), Deane chiese anche un’analisi al microscopio, che rivelò “la struttura aghiforme e affilata delle fibre, simili al vetro, che rimanendo sospese nell’aria in quantità elevate generano effetti deleteri”, scrisse nel suo resoconto.

Sebbene i rischi per la salute fossero dunque noti già dai primi del ‘900, l’amianto venne comunque utilizzato per tutti i rami delle forze militari, a causa della sua utilità e accessibilità.

Oggi cosa si può fare?

Purtroppo oggi, a 26 anni dalla messa a bando della fibra killer, possiamo fare poco per chi ha contratto una malattia asbesto correlata.

Ma c’è chi non si arrende.

Mi riferisco al lavoro certosino dell’avv. Ezio Bonanni, presidente ONA che quanto meno sta cercando di ridare dignità e giustizia a chi si è ammalato svolgendo il proprio lavoro.

Per tali ragioni Bonanni ha presentato alla commissione Lavoro alla Camera nei giorni scorsi una proposta volta a chiedere il “Prepensionamento dei lavoratori esposti ad amianto”.

Il Presidente ha chiesto a gran voce l’osservanza di maggiori tutele per il personale delle forze armate del comparto sicurezza (carabinieri, polizia di stato, guardia di finanza e vigili del fuoco) e si è battuto per l’estensione anche a loro dei benefici contributivi amianto per il prepensionamento.

L’audizione è stata convocata a fronte degli atti di sindacato ispettivo, promossi da Carla Cantone e Debora Serracchiani (Partito Democratico), da Maria Pallini (Movimento 5 Stelle), da Walter Rizzetto (Fratelli d’Italia), da Guglielmo Epifani (Liberi e Uguali), da Paolo Zangrillo (Forza Italia).

Il punto di partenza è stato l’esame della pubblicazione ONA “i dati pubblicati nel libro bianco delle morti di amianto in Italia dall’Osservatorio nazionale amianto a metà 2018” scritta a cura del suo presidente (protagonista anche in un’altra occasione presso la commissione parlamentare d’inchiesta ‘Uranio Impoverito’).

Il testo svela un significativo aumento di morti per patologie legate all’amianto, raggiungendo 6.000 casi in totale nel 2017: 3.600 per tumore polmonare, 1.800 per mesotelioma e 600 per asbestosi.

Secondo le rilevazioni, si tratta di cifre sottostimate destinate ad  aumentare raggiungendo il picco negli anni 2025-2030.

Ancora molto da fare

L’ Osservatorio denuncia inoltre l’esistenza di 40 milioni di tonnellate di amianto ancora da bonificare e circa un milione di siti contaminati, relativi sia a edifici privati che pubblici: 2.400 scuole, 250 ospedali e oltre mille tra biblioteche e altri edifici culturali.

Si tratta di cifre allarmante, se si considera che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per il 2017 ha contato in tutto il mondo, solo per origine professionale, ben 104 mila decessi legati all’amianto.

Per conoscere tutti i servizi gratuiti offerti dall’Osservatorio Nazionale Amianto consulta il sito istituzionale: https://www.osservatorioamianto.com/ oppure chiama il numero verde 800 034 294.

Leave a Comment

Your email address will not be published.