Uranio impoverito, la storia: scheda tecnica

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Un carro armato serbo colpito da munizioni DU: all'esterno mostra solo un foro di pochi centimetri, l'interno è tutto fuso, testimonia l'allora tenente pilota dell'Esercito Carlo Calcagni, in posa davanti alla carcassa del mezzo corazzato

Un carro armato serbo colpito da munizioni DU: all’esterno mostra solo un foro di pochi centimetri, l’interno è tutto fuso, testimonia l’allora tenente pilota dell’Esercito Carlo Calcagni, in posa davanti alla carcassa del mezzo corazzato
L’uranio impoverito o depleto (Depleted Uranium) è l’U238, nel quale la maggior parte degli isotopi radioattivi è stata rimossa. Il DU è un sottoprodotto del processo di arricchimento dell’uranio naturale, processo necessario per l’uso nei reattori nucleari. Essendo un sottoprodotto, risulta il 40% in meno radioattivo dell’U238 (commerciale) usato nelle centrali nucleari. Nella fabbricazione del proiettile DU è determinante anche una percentuale di plutonio. Plutonio e uranio, infatti, all’atto dell’esplosione sviluppano una piccola reazione atomica che eleva la temperatura del punto di contatto del proiettile, con la corazza di un carro armato per esempio, a circa 2500 gradi centigradi. La corazza del blindato fonde e il proiettile penetra nel blindato dove fonde tutto l’interno. Dopo l’impatto, una parte di uranio si dissolve nell’aria. I proiettili, da 30 millimetri, all’uranio impoverito sono in dotazione agli aerei americani A-10; ogni quattro proiettili normali o al tungsteno, le quattro mitragliatrici rotanti dei velivoli sparano un proiettile DU.
Il manuale USA di addestramento descrive così la natura della radioattività: “la radioattività è l’emissione spontanea di particelle o di energia (radiazioni ionizzanti) da un atomo instabile, risultante nella formazione di un nuovo elemento. La radiazione ionizzante è costituita di particelle alfa, beta e raggi gamma. Gli effetti sulla salute delle radiazioni ionizzanti dipendono dal tipo di particelle e se queste sono penetrate o no nel corpo umano”.
Le radiazioni alfa sono le più ionizzanti ma hanno scarsa portata. Quando la particella alfa penetra nel corpo umano, i tessuti interni assorbono l’energia causando una distruzione massiccia delle cellule vicine alla particella. Le radiazioni beta che sono le meno pericolose e quelle gamma che sono onde elettromagnetiche hanno maggiore gittata ma non causano tante ionizzazioni, e quindi sono meno dannose per il corpo umano.
L’uranio impoverito, poiché è primariamente un emettitore di particelle alfa, se contenuto anche solo in una scatola di plastica diventa innocuo. Per questo motivo i militari americani che operano all’interno dei carri armati M-1 con corazza all’uranio impoverito, se non colpiti da altri proiettili, non presentano gravi patologie. Infatti, la versione Heavy Armor dei blindati statunitensi è dotata di una corazzatura di uranio impoverito incorporata in acciaio, che aumenta di molto la sua resistenza, paragonabile a 590mm di acciaio omogeneo.
Quando un penetratore DU impatta contro la corazza di un blindato, produce ossido di Uranio UO3, solubile in acqua e un aerosol di ossido di uranio impoverito che rimane in aria per ore, mentre le esplosioni nell’ambiente generano nanoparticelle di materiali pesanti – come ferro, cadmio, stronzio e zinco che normalmente non si trovano nell’ambiente – si disperdono nell’habitat. La bioingegnere Antonietta Gatti, all’epoca coordinatore della Comunità Europea degli studi sulle nanopatologie, con l’ausilio di uno speciale microscopio elettronico, primo in Italia a Modena, scopre “materiale esogeno non bio-compatibile” presente in alcuni organi di militari rientrati dai teatri di guerra; la forma sferica delle stesse, lascia dedurre che si tratta di un’ingestione o inalazione, che deriva dall’esposizione dei militari nelle zone bombardate. Queste particelle, afferma la professoressa Gatti – invitata a far parte della Commissione Uranio Impoverito alla Camera -, “una volta in circolo nel sangue, o nei tessuti umani, non le toglie più nessuno e ci sono tante possibilità che possano scatenare delle patologie”.
La solubilità delle particelle determina la velocità con la quale l’UI, o altri materiali pesanti prodotti dalla fusione, passa dai polmoni, dal tratto gastrointestinale, o dalle ferite, nel sangue. Entro le 24 ore dalla contaminazione, circa il 70% dell’UI solubile viene espulso con le urine, senza depositarsi in tessuti, organi oppure ossa. Le particelle non solubili intrappolate nei polmoni vi rimangono per anni. Il rene è l’organo più sensibile alla sua tossicità.
Tra i militari italiani, a marzo scorso erano 340 i deceduti e 4mila i malati.

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