Uranio Impoverito, la storia: la Commissione Mandelli

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Il caporal maggiore dell'Esercito Corrado Di Giacobbe a Sarajevo
Il caporal maggiore dell’Esercito Corrado Di Giacobbe: è stato nella stessa caserma, la “Tito Barracks” di Sarajevo, dove ha svolto servizio anche il sergente maggiore Andrea Antonacci

Il 4 febbraio 2004 muore il caporalmaggiore Valery Melis. La causa del decesso, Linfoma di Hodgkin, ridesta l’attenzione dei mass-media su soldati italiani ammalati e morti di tumore, dopo aver partecipato a una o più missioni nei Balcani.
Valery, 25 anni, sardo, è la ventiquattresima vittima italiana in ordine di tempo di un killer che si chiama uranio impoverito. I commilitoni ammalati e cominciano a essere tanti, troppi, sono dichiarati “in condizione di forza assente causa linfomi”.
Il “caso uranio impoverito” scoppia, però, grazie a un ultimo atto di coraggio del sergente maggiore Andrea Antonaci. Andrea, infatti, insieme con il maresciallo Domenico Leggiero, coordinatore dell’Osservatorio militare, il centro studi per la tutela del personale delle Forze Armate e di Polizia, che lo assiste, si rivolge alla trasmissione televisiva “Striscia la notizia”, per parlare pubblicamente della sua vicenda, se questo può servire a salvare altre vite umane. Sotto accusa il Governo che adotta – solo da novembre del 1999 – le misure di sicurezza previste.
Gli Stati Uniti replicano che sin dal 1993 gli alleati erano informati dell’uso di munizionamento DU (depleted uranium). Agli americani fa eco Falco Accame, presidente dell’Anavafaf, associazione che assiste i familiari delle vittime arruolate nelle Forze armate. “L’Italia era in possesso delle norme di protezione dall’Uranio Impoverito fin dal 1984, data in cui vennero trasmesse all’Italia dalla Nato. Il personale italiano – insiste Accame – ha avuto casi di morte e malattia già durante la guerra del Golfo del ’91 e successivamente in Somalia nel ’93. Nel 1995 ci furono pesanti bombardamenti all’uranio impoverito nella Bosnia. Nonostante questo il ministero della Difesa continua a fornire dati solo a partire dal 1996 e questo è da ritenersi assolutamente inaccettabile”.
Ma cosa fa un proiettile all’uranio impoverito? All’impatto di un proiettile DU sulla corazza di un carro armato, per esempio, si sviluppa una temperatura vicina ai 3000 gradi centigradi. Tutto quello che è lì vaporizza, diventa aerosol, il quale, naturalmente, si disperde nell’ambiente. E può essere inalato respirando l’aria circostante, oppure ingerito anche se solo si mangia la carne di un vitello o di una pecora che prima pascolava nei campi vicini. Gli americani consegnano ai comandi italiani le mappe delle zone bombardate ma i nostri soldati non hanno le protezioni adeguate, dicono i testimoni. Perciò, semplicemente si ammalano. La denuncia di Antonaci in televisione ha il suo effetto. A dicembre 2000, il Governo istituisce una commissione medico-scientifica che prende il nome dal coordinatore dei lavori, il professor Franco Mandelli, per verificare se c’è un nesso tra le patologie addebitate all’uranio e le zone bombardate. Secondo la Commissione Mandelli, il numero degli ammalati, in rapporto ai 49.000 uomini che hanno partecipato alle missioni nei Balcani, è nella norma. Fa notare, invece, il maresciallo Leggiero, che questo numero non dovrebbe superare i 27.000 soldati, cioè i 9.000 uomini che compongono il contingente italiano, moltiplicato tre, per gli avvicendamenti. Questi numeri, sono contenuti anche nel “Libro bianco della Difesa” pubblicato dal Governo a dicembre del 2001. All’epoca, 263 casi, su 27.000 significa un aumento della patologia del 300 percento rispetto alla media del Paese. La cifra che la Difesa segnala alla Commissione Mandelli, invece, tiene conto sia di quei militari che hanno compiuto più di una missione come fossero persone diverse sia di quelli che sono stati in teatro anche solo per qualche ora. L’ematologo che ha coordinato il gruppo di ricerca istituito dal ministro della Difesa, nel 2002 assolve i proiettili all’uranio impoverito – in verità come descritto nell’articolo “Uranio Impoverito, la storia: scheda tecnica” sono le nanoparticelle di polveri di minerali pesanti prodotte dall’esplosione dei proiettili la causa delle patologie – ma tanto basta perché il pm inquirente di Bari, Ciro Angelillis, chieda l’archiviazione delle indagini, per verificare il rispetto della normativa antinfortunistica del ’91 in relazione a casi di leucemie e tumori contratti dai numerosi militari italiani che hanno operato in Bosnia e Kosovo durante la guerra nei Balcani (nel periodo 1993-1999).
Non si tralasciano, però, altre cause possibili. Infatti, anche i vaccini, nei tempi e nei modi non corretti in cui sono somministrati, sono presi in considerazione come concausa delle malattie riscontrate: Salvatore Vacca è vaccinato tredici volte in una settimana, quando è già dall’altra parte dell’Adriatico. Andrea, dicono i genitori, è stato vaccinato tre giorni prima di partire. A Sarajevo il sottufficiale, che sino allora gode di ottima salute, si ammala. Ciò nonostante, gli somministrano l’ultima vaccinazione antiepatite B. “In sei mesi – si legge nella consulenza tecnica del perito di parte, dottor Massimo Montinari – il sergente maggiore Antonàci è sottoposto a ben dieci vaccini, tra i cui eccipienti erano presenti metalli quali mercurio e alluminio”. Metalli pesanti e altamente tossici.

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